Il Gruppo Volkswagen potrebbe salvaguardare posti di lavoro in Germania riportando in patria la produzione di alcuni modelli oggi realizzati in Cina. È l’ipotesi avanzata da Olaf Lies, premier della Bassa Saconia, in un’intervista all’agenzia di stampa tedesca Dpa pubblicata nel fine settimana, dopo le recenti indiscrezioni secondo cui il Gruppo automobilistico starebbe valutando la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi e tagli occupazionali fino a 100mila posti (qui per saperne di più).
“Se producessimo qui le vetture che oggi realizziamo in Cina, potremmo stabilizzare l’utilizzo della capacità dei nostri impianti”, ha dichiarato Lies. Il politico, membro della Spd, aveva già lanciato l’idea di valutare la produzione in Germania di modelli destinati al mercato cinese dopo una visita in Cina lo scorso aprile.
“Questo creerebbe anche l’opportunità di nuovo sviluppo e innovazione nei nostri siti. Per me si tratta di stabilizzare l’occupazione e l’utilizzo della capacità dei nostri impianti, invece di assistere ad altri che costruiscono nuovi stabilimenti fuori dalla Germania”, ha aggiunto.
Il peso delle parole di Lies non è solo politico. La Bassa Saconia, dove Volkswagen ha sede e dove gestisce cinque dei suoi sei stabilimenti di assemblaggio nella Germania occidentale, detiene infatti una quota del 20% dei diritti di voto della casa di Wolfsburg, un livello di influenza che pochi altri azionisti possono vantare.
L’ipotesi avanzata da Lies rappresenterebbe di fatto un ritorno al passato, ma a parti invertite. Volkswagen ha costruito buona parte del proprio successo in Cina proprio sul modello delle joint venture con partner locali, anziché tramite stabilimenti interamente di proprietà. Le due principali sono Saic Volkswagen e Faw-Volkswagen, che realizzano le versioni per il mercato cinese di modelli a motore termico come Golf, Passat, Tiguan e T-Roc, oltre a berline e suv pensati specificamente per quel mercato, come Lavida, Bora e Sagitar.
Le stesse joint venture producono anche le elettriche della famiglia ID, tra cui la ID.3, mentre Volkswagen Anhui, la joint venture con il partner Jac, realizza il suv elettrico Id Unyx.
Riportare in Germania la produzione di questi modelli significherebbe quindi invertire una strategia industriale che per anni ha garantito al Gruppo tedesco economie di scala e accesso privilegiato al primo mercato auto del mondo, oggi però sempre più difficile da affrontare per i costruttori stranieri, schiacciati dalla concorrenza dei marchi locali e dall’elettrificazione di massa.

Recentemente il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riportato che Porsche, controllata del Gruppo Volkswagen, starebbe valutando di trasferire la produzione del suv Cayenne dalla Slovacchia allo stabilimento di Lipsia, in Germania, per aumentare l’utilizzo della capacità produttiva dell’impianto tedesco.
Si tratta di un ulteriore segnale di come, all’interno del Gruppo, si stiano valutando diverse opzioni per ridisegnare la geografia produttiva europea, in un momento in cui la pressione su stabilimenti e occupazione in Germania è massima.
Le parole di Lies arrivano in un momento delicato per Volkswagen, alle prese con la concorrenza dei costruttori cinesi, i dazi statunitensi all’importazione e una domanda in calo in Europa, fattori che secondo il gruppo stesso rendono il modello di business attuale insostenibile. Come riportato in un nostro precedente approfondimento, l’effetto Cina sta pesando sull’intera industria automobilistica tedesca, con Bmw, Mercedes e lo stesso Gruppo Volkswagen alle prese con tagli occupazionali e ridimensionamenti.
In questo scenario, la proposta di Lies di riportare in Germania la produzione dei modelli cinesi va letta anche come tentativo politico di orientare le scelte industriali del Gruppo, sfruttando il peso che la Bassa Sassonia ha all’interno della governance Volkswagen.
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