In breve
Il consiglio di sorveglianza di Volkswagen si riunisce oggi nel quartier generale di Wolfsburg, con l’inizio dei lavori fissato per le 12.30 GMT. All’ordine del giorno c’è il piano di ristrutturazione più ambizioso mai proposto dal gruppo, e il ceo Oliver Blume avrà l’ardua impresa di convincere la componente sindacale del board, storicamente la più influente, ad accettare tagli profondi su tutti i marchi, Audi e Porsche compresi.
Blume è costretto ad affrontare anche la pressione delle famiglie Porsche e Piëch, azioniste di riferimento del gruppo, che negli ultimi anni hanno visto erodersi decine di miliardi di euro dal valore delle proprie partecipazioni. Un portavoce di Volkswagen ha dichiarato che l’azienda condivide le preoccupazioni dei lavoratori, ma che la strategia punta a ridurre la complessità organizzativa e a concentrare gli investimenti sulle tecnologie ritenute strategiche, riconoscendo la necessità di intervenire sulla sovraccapacità produttiva.
Per tornare a bomba sulla domanda che abbiamo posto nell’articolo è chiaro che parlare di rischio fallimento è oltremodo prematuro. Tuttavia, la crisi di tutto il gruppo Volkswagen è profonda e, soprattutto, è necessario un repentino cambio di business perché la strategia utilizzata in passato non è più sostenibile.
Indubbiamente la cosa più semplice che l’attuale management può fare è quella di tagliare, razionalizzare e snellire la struttura societaria.
Secondo quanto ricostruito da fonti vicine al dossier, il piano allo studio prevede la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi – Hannover, Emden, Zwickau e l’impianto Audi di Neckarsulm – oltre a un raddoppio dei tagli occupazionali già annunciati, fino a 100.000 posizioni nel mondo. Si tratterebbe della ristrutturazione più profonda nei quasi 90 anni di storia del gruppo.
Il pacchetto includerebbe anche una revisione della struttura societaria, con lo scorporo del marchio Volkswagen e delle attività di componentistica in entità separate. All’orizzonte c’è anche la possibile uscita dalla partnership con Bosch sulla guida autonoma. Circolano inoltre ipotesi su una cessione delle partecipazioni calcistiche del gruppo, come la quota Audi nel Bayern Monaco e quella di Porsche nel VfB Stoccarda. Lo scopo è quello di liberare risorse da destinare alla trasformazione industriale.
Nell’accordo raggiunto con i sindacati alla fine del 2024, Volkswagen si era impegnata a evitare chiusure di stabilimenti in Germania, spingendo il gruppo a cercare impieghi alternativi per i siti in eccesso, compresa la lunga ricerca di un partner nella difesa per lo stabilimento di Osnabrück e l’ipotesi di produrre in Germania modelli pensati per il mercato cinese (ne abbiamo parlato qui).
Alla base del piano ci sono dati che fotografano una sovraccapacità produttiva sempre più pesante. Secondo elaborazioni di Mobility Global riprese da Reuters, gli stabilimenti tedeschi del gruppo lavoreranno mediamente all’81% della capacità standard nel 2026, quota che tuttavia scenderebbe al 73% entro la fine del decennio, anche dopo l’uscita di Osnabrück dalla rete produttiva.
Tra i quattro siti a rischio, Zwickau è quello con le performance migliori: nel 2026 dovrebbe viaggiare all’88% di utilizzo, ma le stesse proiezioni indicano un crollo al 42% entro il 2030, se la produzione non verrà ridisegnata.
A complicare la partita interviene la cosiddetta Legge Volkswagen, che impone una maggioranza dei due terzi del consiglio di sorveglianza per le decisioni su apertura o chiusura di stabilimenti produttivi. Il board conta 20 seggi, di cui uno attualmente vacante dopo le dimissioni di un rappresentante degli azionisti, mentre i sindacati ne controllano dieci.
Non tutti gli stabilimenti a rischio, però, rientrano nella tutela della norma: Zwickau e Neckarsulm non sarebbero coperti dalla Legge Volkswagen e la loro eventuale chiusura non richiederebbe quindi il via libera del consiglio, sebbene incontrerebbe comunque una forte opposizione politica e sindacale. Il consiglio riunisce inoltre rappresentanti delle famiglie azioniste, dei sindacati e del governo del Land Bassa Sassonia, una combinazione che rende storicamente complesso qualsiasi processo decisionale sul gruppo.
Il sindacato IG Metall, la più grande organizzazione industriale tedesca, ha mobilitato i lavoratori in circa venti siti del gruppo Volkswagen in tutto il Paese per protestare contro il piano e chiedere al management di tutelare la produzione in Germania.
“Non sul nostro turno”, ha dichiarato la presidente di IG Metall Christiane Benner, che è anche vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Volkswagen, aggiungendo che in un momento difficile serve un impegno comune di gruppo e politica per garantire la piena occupazione degli stabilimenti e proteggerli dalla concorrenza sleale.
Alla vigilia della riunione di Wolfsburg, il titolo Volkswagen scambia in prossimità dei minimi degli ultimi sedici anni, con un rapporto prezzo/valore contabile intorno a 0,18 secondo le elaborazioni di alcuni analisti finanziari, che segnalano anche il livello di indebitamento del gruppo rispetto al flusso di cassa operativo come uno dei principali fattori di rischio.
Sono numeri che aiutano a inquadrare la domanda che in molti si pongono: Volkswagen è davvero a rischio fallimento? Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, i dati raccontano una crisi profonda di redditività e di modello industriale, aggravata dai dazi statunitensi, dalla concorrenza cinese e dalla sovraccapacità in Germania, ma non descrivono, allo stato attuale, una crisi di liquidità o una procedura di insolvenza in corso. Diverso è il caso di un sondaggio anonimo condotto tra i membri del board e ripreso nelle scorse settimane (ne abbiamo parlato qui) da Manager Magazin, secondo cui alcuni consiglieri avrebbero definito “a rischio” l’esistenza stessa del gruppo.
Gli stessi analisti che segnalano le criticità sui conti prevedono comunque una crescita degli utili a doppia cifra nei prossimi anni, a condizione che la ristrutturazione e il rilancio di prodotto vengano portati a termine. La riunione di oggi dovrà stabilire se Volkswagen riuscirà a far convergere azionisti, sindacati e Bassa Sassonia su un piano che il management giudica indispensabile.
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