Mentre il Brent viaggia sopra i 102 dollari al barile, in rialzo dell’1% nella sola giornata di giovedì 23 aprile, i prezzi dei carburanti in Italia continuano, per ora, a scendere. Secondo i dati dell’Osservatorio prezzi del MIMIT, la benzina self service sulla rete stradale ordinaria si attesta a 1,737 €/l, il gasolio a 2,067 €/l. In autostrada i valori salgono rispettivamente a 1,781 e 2,118 €/l. È il quattordicesimo ribasso consecutivo.
La tregua, però, potrebbe essere più fragile di quanto sembri.
L’escalation nel Golfo Persico sta alimentando una pressione crescente sui mercati energetici. Gli Stati Uniti mantengono la loro presenza militare nello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, mentre le trattative con Teheran restano bloccate in attesa di una risposta iraniana che non arriva.
Donald Trump ha dichiarato su Truth Social che Washington esercita un “controllo totale” sullo Stretto, ordinando alla Marina di colpire qualsiasi imbarcazione intenta a posare mine. Teheran, dal canto suo, non è rimasta ferma: un alto funzionario del Parlamento iraniano, il vicepresidente Hamidreza Hajibabaei, ha annunciato che i primi introiti derivanti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, misura unilaterale introdotta dall’Iran come strumento di pressione economica, sono già stati accreditati sui conti della Banca Centrale della Repubblica Islamica.
Una mossa simbolicamente rilevante: l’Iran ha trasformato un passaggio internazionale in una fonte di entrate, consolidando una postura che rende ancora più incerto il futuro delle forniture.
Tra il prezzo del greggio sui mercati internazionali e quello che l’automobilista legge sul display del distributore esiste una catena di trasmissione non immediata, ma reale. Le quotazioni del petrolio si riflettono sui prezzi dei prodotti raffinati, benzina e gasolio, attraverso i listini delle compagnie, che in Italia vengono aggiornati quotidianamente. A questi si aggiungono le accise, fisse per legge, e l’IVA al 22%, che amplificano l’effetto di qualsiasi rincaro alla fonte.
Il calo delle ultime due settimane è stato favorito da una combinazione di fattori: un dollaro relativamente stabile, scorte petrolifere ancora adeguate e una domanda globale che non ha ancora dato segnali di accelerazione. Se la crisi di Hormuz dovesse aggravarsi, con interruzioni effettive ai flussi di greggio, la situazione potrebbe invertirsi rapidamente.
Gli analisti sono cauti. Come ha osservato Joshua Mahony di Scope Markets, il conflitto si sta evolvendo in una guerra di logoramento sulle rotte di approvvigionamento, con conseguenze difficili da quantificare nel breve periodo. Le imprese globali, comprese quelle del comparto energetico, stanno valutando i danni potenziali di ogni giorno che passa senza una soluzione diplomatica.
Per gli automobilisti italiani, il segnale da tenere d’occhio è il Brent: ogni volta che il greggio supera stabilmente la soglia dei 100 dollari al barile, la pressione al rialzo sui listini alla pompa si fa concreta. Soglia che, oggi, è già stata superata.
Il quattordicesimo giorno di ribassi consecutivi è un dato confortante. Lo Stretto di Hormuz, come abbiamo detto in questo articolo, è, letteralmente, il collo di bottiglia del petrolio mondiale. E i colli di bottiglia, quando vengono stretti, fanno male a tutti.
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