La revisione auto potrebbe cambiare parecchio nei prossimi anni. Ma non nel modo che si era immaginato quando, nell’aprile 2025, la Commissione europea aveva presentato la propria proposta di riforma. Uno dei punti più discussi prevedeva infatti di sottoporre ogni anno alla revisione le auto e i furgoni con più di dieci anni, invece di mantenere gli intervalli minimi attuali. Quella misura, almeno sulla base delle posizioni oggi sul tavolo, è destinata a non entrare nel testo nella forma proposta inizialmente.
Al momento non esiste ancora una nuova direttiva definitiva e per gli automobilisti italiani, oggi, non è cambiata alcuna scadenza. La riforma fa parte del cosiddetto Roadworthiness Package europeo ed è ancora oggetto di negoziato tra Parlamento e Consiglio.
La Commissione europea ha presentato il pacchetto il 24 aprile 2025. Il Consiglio dell’Unione europea ha definito la propria posizione il 4 dicembre 2025. Il Parlamento europeo, il 21 maggio 2026, ha poi autorizzato l’apertura dei negoziati con 369 voti favorevoli, 126 contrari e 84 astensioni.
Il confronto è ancora aperto. Il Gruppo “Trasporti terrestri” del Consiglio ha lavorato il 6 ottobre 2026 su versioni riviste dei documenti a quattro colonne utilizzati nel negoziato interistituzionale. Significa che il testo finale deve ancora essere concordato.
È il punto che avrebbe avuto l’impatto più immediato per milioni di automobilisti. La Commissione aveva proposto di passare alla revisione annuale per auto e furgoni una volta superati i dieci anni di età, con l’obiettivo di individuare più rapidamente veicoli non sicuri o fortemente inquinanti.
Su questo fronte, però, Consiglio e Parlamento sono sostanzialmente allineati. Il Consiglio ha scelto di mantenere le frequenze minime attuali e non ha seguito la proposta del passaggio dal controllo biennale a quello annuale dopo dieci anni. Anche il Parlamento, nel proprio mandato negoziale, si è espresso contro l’aumento generalizzato della frequenza, ritenendolo non proporzionato e non sufficientemente supportato da prove sulla riduzione degli incidenti.
Per l’Italia, quindi, resta oggi la regola già conosciuta; per le normali autovetture la prima revisione va effettuata entro quattro anni dalla prima immatricolazione e, successivamente, ogni due anni. La stessa frequenza è riportata nella scheda ufficiale della Commissione europea dedicata all’Italia.
Attenzione però alla formulazione: si può dire che Parlamento e Consiglio non sostengono la revisione annuale automatica dopo dieci anni. Non si può ancora dire che la futura direttiva sia stata approvata, perché il negoziato non è concluso.
Se la frequenza dei controlli sembra destinata a rimanere sostanzialmente quella attuale, a cambiare potrebbe essere soprattutto ciò che viene controllato. Le regole europee in vigore risalgono nella loro struttura al 2014, mentre nel frattempo sono aumentate le vetture elettriche e ibride e molte funzioni di sicurezza dipendono sempre più da sensori, centraline e software.
La proposta della Commissione prevede quindi controlli specifici per i veicoli elettrici e nuovi test sui sistemi elettronici di sicurezza, compresa l’integrità del software rilevante per sicurezza ed emissioni. Il Parlamento sostiene l’ingresso nella revisione di elementi relativi alle auto elettriche e ibride e di sistemi come airbag e frenata automatica d’emergenza.
Il Consiglio ha però modificato diversi elementi della proposta iniziale per contenere costi e oneri amministrativi. Per questo l’elenco definitivo dei nuovi controlli e le relative modalità tecniche dipenderanno dall’accordo finale e dai successivi atti applicativi.
Su L’Automobile abbiamo già approfondito il tema della manutenzione e calibrazione dei sistemi di assistenza alla guida nell’articolo “Anche gli ADAS vanno revisionati”. La riforma europea affronta però un perimetro più ampio: non solo ADAS, ma l’intero sistema dei controlli periodici.
Un altro capitolo importante riguarda i veicoli con motore termico. La Commissione vuole introdurre metodi più avanzati per individuare auto fortemente inquinanti o con sistemi antinquinamento manomessi, comprese misurazioni del numero di particelle ultrafini e degli ossidi di azoto, i NOx.
Il Consiglio ha riconosciuto l’utilità dei nuovi metodi, ma ha sottolineato che alcune tecniche non sono ancora pienamente sviluppate o diffuse. La sua posizione prevede quindi un approccio più graduale. Anche il remote sensing, cioè il rilevamento delle emissioni dei veicoli mentre circolano sulla rete stradale, resta un tema del negoziato.
Il Parlamento sostiene l’introduzione dei controlli su particolato e NOx, ma nel proprio mandato lascia agli Stati membri margini sulla loro applicazione. Anche qui, dunque, bisogna attendere il testo definitivo prima di parlare di nuovi obblighi per gli automobilisti.
C’è invece un obiettivo sul quale le istituzioni europee convergono: rendere più difficile la manomissione del contachilometri, soprattutto nel mercato dell’usato.
La riforma punta a rafforzare la raccolta delle letture chilometriche nelle banche dati nazionali e il loro scambio tra Paesi. Il Parlamento propone che le officine registrino il chilometraggio quando un intervento supera un’ora e che i costruttori trasmettano alle banche dati nazionali le letture disponibili dalle auto connesse.
Una maggiore interoperabilità degli archivi potrebbe rendere più semplice ricostruire la storia di un veicolo di seconda mano, soprattutto quando proviene da un altro Stato dell’Unione.
Tra le novità più concrete per chi vive o lavora temporaneamente in un altro Paese dell’Unione c’è la possibilità di effettuare il controllo tecnico fuori dallo Stato nel quale il veicolo è immatricolato.
Su questo punto Consiglio e Parlamento sostengono un certificato temporaneo di revisione valido per sei mesi. Entro quel periodo il veicolo dovrebbe poi effettuare la revisione prevista nello Stato di immatricolazione. Il Consiglio propone di estendere questa possibilità anche ai veicoli commerciali leggeri.
Si tratterebbe di una semplificazione importante per chi si trova all’estero per periodi lunghi, ma anche questa disposizione dovrà essere confermata nel testo finale.
Il negoziato riguarda anche le due ruote e qui le posizioni non coincidono. Il Parlamento sostiene l’obbligatorietà della revisione periodica per le motociclette di maggiore cilindrata, superando la flessibilità prevista oggi per gli Stati membri, e vuole estendere i controlli anche alle moto elettriche più potenti.
Il Consiglio, invece, nel proprio mandato mantiene l’attuale possibilità di escludere le motociclette dal campo di applicazione minimo europeo. È uno dei punti che mostrano perché la riforma non possa ancora essere presentata come definitiva.
Non subito. Ed è probabilmente l’informazione più importante per l’automobilista.
Parlamento e Consiglio devono prima trovare un accordo sul testo definitivo. Dopo l’approvazione formale, trattandosi di una direttiva, le nuove disposizioni dovranno essere recepite dagli Stati membri. Per diversi aspetti tecnici saranno inoltre necessari atti delegati o di esecuzione della Commissione.
Oggi, quindi, in Italia le scadenze non cambiano: prima revisione dopo quattro anni e poi controllo ogni due per le normali autovetture.
La trasformazione preparata a Bruxelles sembra essere soprattutto una revisione meno legata soltanto ai componenti meccanici e sempre più capace di verificare le tecnologie delle automobili moderne, dai sistemi elettronici ai veicoli elettrici, fino ai dispositivi antinquinamento e alla tracciabilità del chilometraggio.
Su quali controlli diventeranno obbligatori e con quali modalità, però, l’ultima parola deve ancora essere scritta.
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