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Terre rare, lo stop cinese all’export minaccia l’industria dell’auto elettrica

di Redazione - 19/05/2025

Testo di Mattia Eccheli

Scorte per quattro, sei settimane al massimo. Aumenti dei prezzi fino al 50% negli ultimi mesi. Possibile sospensione di parti della produzione e crescita della mobilità elettrica a rischio in Europa. Non sono gli effetti collaterali dei dazi imposti dalla seconda amministrazione Trump, ma quelli stimati da uno degli esperti della società di consulenza AlixPartners che ha inglobato la Berylls, per la quale lavora Christian Grimmelt, interpellato dalla testata tedesca Automobilwoche.

“Crisi più grave rispetto a quella dei semiconduttori”

A giudizio di Grimmelt le preoccupazioni vanno ben oltre quelle innescate all’inizio del decennio dalla carenza di microprocessori: il titolo del servizio recita infatti “Terre rare: ‘La situazione è sostanzialmente ancora più grave della crisi dei chip del 2021’”.

Già lo scorso anno, quasi in concomitanza con i nuovi balzelli fissati dall’Unione Europea per le importazioni di auto elettriche assemblate in Cina, le autorità della Repubblica Popolare avevano varato una “stretta” sull’export di alcune materie prime impiegate nella produzione di motori elettrici. A cominciare da antimonio, gallio e germanio.

In aprile, come risposta alla guerra commerciale dichiarata al Celeste Impero dal nuovo inquilino della Casa Bianca, il governo di Pechino aveva imposto il sostanziale blocco delle vendite all’estero di sette delle cosiddette preziose “terre rare”. Malgrado nelle trattative dei giorni scorsi che si sono svolte a Ginevra gli emissari dei due paesi abbiano trovato un’intesa almeno temporanea per limare la tensione commerciale, su questo fronte non sembrano essere stati compiuti passi in avanti.

Pechino controlla il 90% del mercato di magneti permanenti

Grimmelt stima che “le ultime scorte dovrebbero venire impiegate entro quattro-sei settimane. Poi alcune parti della produzione dovranno essere fermate”. Secondo l’esperto, questa situazione potrebbe mettere a rischio la crescita della mobilità elettrica, facendo perdere ulteriormente sonno ai top manager dei costruttori del Vecchio Continente che hanno puntato sulle alimentazioni a zero emissioni.

Anche perché i pur annunciati motori privi di terre rare – li hanno promessi l’italiana Green Silence Group, ma anche marchi come Renault e Bmw – non sono ancora realmente approdati sul mercato. A giudizio di Grimmelt la filiera è a rischio già a partire dalla metà di giugno e la Cina ha messo in evidenza quanto possa influire in un settore così delicato, soprattutto alla vigilia di una costosa fase di “transizione ecologica”.

La Repubblica Popolare domina il mercato controllando attorno al 90% sia della produzione di magneti permanenti, tra l’altro impiegati anche nel comparto della generazione dell’energia (pale eoliche), sia di tutte le fasi di lavorazione delle 17 terre rare conosciute.

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