Testo di Carlo Di Giusto
Come Dacia abbia letteralmente “svoltato” – da marchio low cost a brand giovane e fresco – sarebbe da insegnare nelle scuole. Prendi la nuova Duster: ha un design pazzesco, bold come direbbero gli studenti di marketing, audace, coraggioso e marcato, soprattutto inconfondibile.
Fuori e dentro, con una coerenza stilistica rara da rilevare finanche in prodotti di alte ambizioni e con ricercatissimi dettagli che sono tutto fuorché messi a caso. Se qualcuno vi chiedesse di esprimere il concetto di personalità riferito a un’automobile, ecco, mostrategli la Duster. Capirà.
Ne stiamo ri-parlando, a distanza di mesi dal debutto commerciale e quando già questa vettura sta popolando le nostre strade, perché Dacia ha fatto la cosa più scontata e più sorprendente allo stesso tempo che si potesse fare: farci guidare una Duster in Romania, ma sulla Transfăgărășan.
Ora, questa strada dal nome quasi impronunciabile, considerata una delle più belle al mondo (ok, parliamone), è diventata il luogo di culto di tutti gli appassionati di guida: ci si viene perché sono novanta chilometri di puro godimento, tanto per i sensi coinvolti nell’atto del guidare quanto per l’oggettiva bellezza che la natura da queste parti ha generosamente distribuito.
In effetti, quando dici Transfăgărășan non pensi subito alla Duster. Così, per non fare come tutti quelli che guidano supercar da millemila cavalli, quelli della Dacia ci hanno dirottato su un tracciato off-road, percorribile solo da veicoli con un’altezza minima da terra superiore ai 20 centimetri. Come la Duster, appunto.
Un giro di due ore e passa in mezzo ai boschi dei Carpazi, tra pozzanghere, fango e taglialegna, gente sì gentilissima, ma talmente forzuta da mettere paura anche agli orsi e ai cani randagi, pur numerosissimi in zona. E infatti, dove ci aspettavamo di vederne neppure l’ombra: stanno tutti ai bordi delle strade asfaltate, dove evidentemente è più facile procacciarsi del cibo gratis.
La Duster, invece, si accontenta di pochissima benzina. Sulle statali della Romania, che sono praticamente identiche alle nostre, sul computer di bordo si sono visti i 5,8 litri per 100 chilometri, così, spontaneamente e senza metterci nemmeno troppa attenzione. Un po’ di più, ma non tanto, in autostrada o sullo sterrato, dove al massimo s’ingrana la seconda.
Cambio manuale, ovviamente, ma con un pedale della frizione piuttosto leggero e una trasmissione a sei marce ben accoppiata al tre cilindri “milledue” mild hybrid da 130 cavalli. Un bel motorino vivace, se lo si tiene tra i 2500 e i 5000 giri, con tanta coppia dove serve e una sonorità mai sgradevole o invadente.
Trovandosi qui, sulla Transfăgărășan appunto, sarebbe parso brutto non fare su e giù un tot di volte per togliersi la voglia di curve e tornanti. La Duster si lascia forzare nei cambi di direzione e ce la mette tutta per farti sentire il brividino, ma chiunque si accorgerebbe del disagio dello sterzo, dell’assetto e dei controlli elettronici: non è colpa loro e neppure della strada, ma semplicemente di chi guida così.
Il meglio di sé, questa Dacia lo tira fuori sulla distanza, guidando come il buon senso suggerirebbe di fare: più lungo è il viaggio e più s’apprezzano il confort, lo spazio a bordo, la versatilità e quelle numerose attenzioni che non t’aspetti da una macchina da 25 mila euro (25.650 per l’esattezza). Che non è più così low cost, d’accordo, ma fidati che non c’è molto altro di così concreto a questo prezzo.
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