
Complimenti ad Antonello Coletta, a Ferdinando Cannizzo e a tutta la crew Ferrari. Sì, proprio adesso. Adesso che Toyota festeggia e il mondiale WEC 2026 ha cambiato indirizzo. Quando si vince, davanti al box c’è sempre una folla; quando si perde, improvvisamente tutti hanno un altro impegno. Noi vorremmo restare ancora un momento. Perché il lavoro di chi ci ha fatto applaudire merita qualcosa di più della gratitudine a risultato acquisito.
Coletta, alla guida del programma endurance, Cannizzo, responsabile delle vetture da corsa endurance, i piloti, i meccanici e gli uomini e le donne di Ferrari e AF Corse hanno ricostruito un rapporto fra il Cavallino e gli appassionati delle gare di durata. Ci hanno restituito il piacere di seguire una corsa anche quando non succede apparentemente nulla, aspettando che una scelta ai box riveli il proprio significato. Ci hanno insegnato di nuovo a contare le ore. Sarebbe curioso concedere loro soltanto pochi minuti di pazienza dopo una sconfitta.
Ieri, a Barcellona, Toyota è stata superiore. La numero 8 ha vinto davanti alla 7 e la doppietta ha consegnato al costruttore giapponese il titolo con una gara d’anticipo. A Monza resterà da decidere quale dei suoi due equipaggi diventerà campione del mondo. Ferrari ha risposto con il terzo posto della 50 di Fuoco, Molina e Nielsen; la 51 di Giovinazzi, Calado e Pier Guidi ha concluso quindicesima, a tre giri. Per i campioni uscenti, una domenica da mandare giù senza cercare zucchero.
Ma fra riconoscere una stagione inferiore alle attese e liquidare una squadra passa una differenza che nello sport dimentichiamo troppo spesso. Le competenze non scadono insieme al titolo. Chi ha saputo progettare, organizzare e vincere deve certamente spiegare perché questa volta non ci sia riuscito. Merita però di essere ascoltato prima che gli venga indicata la porta.
Toyota, da questo punto di vista, offre una lezione anche agli sconfitti. Dopo un 2025 difficile ha reagito, lavorando sulla vettura e sulla propria efficacia in gara. A Barcellona Sébastien Buemi, alla centesima presenza nel WEC, ha ricordato proprio la capacità del gruppo di tornare competitivo. Il successo di oggi viene anche da come si è affrontato l’insuccesso di ieri. È una considerazione meno brillante di un’accusa, ma assai più utile dentro un reparto corse.

Il dispiacere italiano rimane. Lo scorso anno aspettavamo il Bahrain per celebrare Ferrari; stavolta arriviamo all’ultima gara con la festa degli altri già cominciata. Ci eravamo abituati bene, forse troppo. Ma una vittoria non costituisce un diritto di precedenza per la stagione successiva. Gli avversari studiano, correggono e crescono. E proprio perché conosciamo il valore degli uomini di Maranello, vogliamo capire che cosa sia mancato, senza ridurre tutto a un colpevole da esporre.
C’è poi un’altra squadra che da Barcellona porta via una delusione: Genesis. Mathys Jaubert aveva conquistato la prima pole del marchio, Mathieu Jaminet il terzo posto in qualifica. Per un costruttore al debutto, un sabato da conservare. La domenica ha presentato un conto diverso: problemi, errori, penalità, entrambe le vetture fuori dai punti. Gabriele Tarquini, direttore sportivo, ha riconosciuto il potenziale della macchina e il lavoro ancora necessario sul passo gara. Anche lì, dopo aver smontato il box, si dovrà scegliere che cosa fare della delusione. Possibilmente trasformarla in esperienza.
Sono queste le storie che rendono interessante l’endurance. Il risultato mette in fila le vetture, ma dietro ciascuna posizione ci sono decisioni, persone e responsabilità differenti. Raccontarle richiede strumenti. E qui chi governa il WEC potrebbe fare meglio.
La riservatezza delle tabelle del Balance of Performance sottrae al pubblico una parte del contesto. Il sistema interviene sulle prestazioni per consentire il confronto fra progetti diversi; conoscerne i parametri aiuterebbe a valutare con maggiore precisione anche il lavoro delle squadre. Non chiediamo di trasformare ogni appassionato in un commissario tecnico. Chiediamo di non lasciarlo con il solo cronometro in mano e la pretesa che da quello capisca tutto.
La questione riguarda anche il rispetto per chi lavora. Come si può discutere seriamente una prestazione se una parte delle condizioni nelle quali è stata ottenuta resta fuori dal racconto pubblico? La trasparenza permetterebbe di porre domande migliori, riconoscere più chiaramente i meriti, distribuire con maggiore cautela le responsabilità.

Ferrari dovrà fare la propria analisi, e nessuno pretende che sia indulgente. Noi, intanto, possiamo evitare il rito nazionale per cui gli stessi uomini diventano fenomeni a giugno e incompetenti in ottobre. A Coletta, Cannizzo e alla squadra chiediamo di ritrovare la strada della vittoria. La fiducia per provarci se la sono già guadagnata.
I complimenti in apertura erano sinceri. Non occorre una coppa nuova per confermarli: Forza Ragazzi!
Testo di Cesare Gasparri Zezza
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