
Il 16 febbraio 2026, Volkswagen AG ha confermato – attraverso un report interno come riportano molte fonti di stampa – l’avvio di un piano di risparmio che punta a ridurre i costi del 20% entro la fine del 2028, un obiettivo che equivale a circa 60 miliardi di euro nei prossimi tre anni.
La strategia è stata presentata dal Ceo Oliver Blume e dal Cfo Arno Antlitz ai principali dirigenti del gruppo: un pacchetto di misure che riguarda tutti i marchi del gruppo (Volkswagen, Audi, Porsche, Skoda, Seat/Cupra, Bentley, Lamborghini) e che dovrebbe riallineare i margini ai livelli necessari in un settore sempre più competitivo.
Nonostante l’entità della manovra, la dirigenza ha sottolineato l’intenzione di evitare licenziamenti tecnici o chiusure di stabilimenti in Germania, facendo leva su accordi con il consiglio di fabbrica e uscita volontaria del personale ove possibile.
Dietro a questo pesante giro di vite ci sono tre pressioni convergenti.
Il mercato cinese, un tempo rifugio di crescita per molti costruttori occidentali, ora è terreno di conquista per i marchi locali con prodotti più economici e tecnologie competitive. I dazi commerciali statunitensi e le tensioni geopolitiche che aumentano i costi delle esportazioni e riducono i margini e infine un ambiente competitivo più feroce, con player cinesi e nuovi entrati che comprimono prezzi e spingono l’innovazione più rapidamente di quanto i grandi gruppi europei siano riusciti a fare.
Queste dinamiche hanno inciso sulle previsioni di profitto e sulle strategie di investimento di Volkswagen, spingendo la casa di Wolfsburg a una rivisitazione radicale.

Il piano lanciato da Volkswagen non è solo una manovra contabile: rappresenta per molti analisti la fine di un’epoca industriale in cui i grandi costruttori potevano basarsi su crescita lineare, volumi globali e margini consolidati. Oggi i driver di valore sono cambiati: software, integrazione verticale delle batterie, efficienza energetica e velocità nell’aggiornamento delle piattaforme sono le nuove leve.
In questo senso, Volkswagen non è un caso isolato: anche altri gruppi europei stanno affrontando sfide simili, con margini in calo e programmi di riorganizzazione, segno che l’industria automobilistica occidentale sta entrando in una fase di profonda trasformazione strutturale.

Uno dei capitoli più delicati del “racconto VW” degli ultimi anni riguarda proprio la gamma elettrica ID. Concepite come simbolo della transizione verso l’auto a zero emissioni, alcune di queste vetture non hanno raggiunto le performance di vendita attese:

Questi segnali non significano certo l’abbandono della strategia elettrica da parte di Volkswagen, ma riflettono una transizione difficile, resa ancora più complessa dalla concorrenza di produttori asiatici che sono riusciti a offrire EV con prezzi più aggressivi e tecnologie competitive.
Per ora molti dettagli operativi del piano dei risparmi restano coperti da riservatezza. Tuttavia il management ha fissato il 10 marzo 2026 come data chiave: sarà in quell’occasione che i risultati annuali e ulteriori elementi strategici saranno presentati ufficialmente.
Le aspettative degli analisti e degli investitori sono alte: da una parte si attende una visione chiara sui tagli di spesa e su come questi incidano su prodotti, stabilimenti (si parla di possibili chiusure e ridimensionamenti) e investimenti; dall’altra si guarda con interesse alle mosse competitive che Volkswagen metterà in campo nel mondo EV e nei mercati globali.
Il piano dei vertici Volkswagen non è soltanto una manovra di risparmio: è un segnale del tempo nuovo che sta attraversando il settore automobilistico globale. Fra mercati in rallentamento, pressioni competitive, transizione energetica costosa e performance non brillanti di alcuni modelli strategici, la casa di Wolfsburg si trova costretta a rimettere in discussione equilibri consolidati. È, forse, l’inizio di una nuova era industriale, dove la capacità di adattarsi rapidamente sarà la chiave per sopravvivere.

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