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Perché dobbiamo avere paura di Chery

di Emiliano Ragoni - 29/04/2026

Chery è un’azienda automobilistica cinese che in cinque anni ha quasi quadruplicato le proprie vendite globali, scalando la vetta delle esportazioni dalla Cina. Fondata nel 1996 sulle rive dello Yangtze, nella città di Wuhu, Chery ha bruciato le tappe con una velocità difficilmente prevedibile. Oggi è il principale esportatore di automobili della Cina e il suo presidente, Yin Tongyue, non nasconde le ambizioni: vuole che il marchio diventi un punto di riferimento globale, non una semplice alternativa low cost. Il salone di Pechino 2026 è stato l’occasione per ribadirlo, con dichiarazioni rilasciate alla Reuters che disegnano una strategia chiara e ambiziosa.

Chery: una crescita che non si può ignorare

I numeri parlano da soli. Chery ha venduto 2,8 milioni di veicoli nel 2025, con una crescita di circa l’8% rispetto all’anno precedente, secondo i dati di settore. Ma il dato ancora più significativo è quello di lungo periodo: dalle circa 700.000 unità del 2020 ai quasi 2,8 milioni del 2025, una progressione che non ha paragoni tra i costruttori tradizionali.

Il confronto con Byd, l’altro colosso del Dragone che ha venduto 4,6 milioni di unità nel 2025 risultando il quinto costruttore mondiale per volumi, mostra che Chery ha ancora strada da fare per raggiungere i vertici assoluti. Ma il gap si sta riducendo e soprattutto Chery sta crescendo su mercati diversi, con una strategia internazionale che Byd non ha ancora replicato con la stessa capillarità.

Chery produce i propri veicoli in sette stabilimenti in Cina e dispone di una rete produttiva internazionale che include Malaysia e Spagna, dove opera nell’ex fabbrica Nissan di Barcellona. Gran parte dei modelli destinati ai mercati esteri viene realizzata tramite il sistema CKD, kit da assemblare localmente, in Paesi come Russia, Brasile, Indonesia e Thailandia.

La strategia “Double T”: Toyota più Tesla

«La nostra strategia la chiamiamo “Double T”», ha dichiarato Yin Tongyue alla Reuters durante un’intervista nella sede centrale di Wuhu, a margine del salone di Pechino 2026. «Toyota più Tesla.»

La formula non è casuale. Toyota rappresenta la qualità costruttiva percepita, la durabilità nel tempo, la fiducia conquistata generazione dopo generazione. Tesla incarna l’innovazione tecnologica, il software come prodotto, l’attrattiva per i consumatori più giovani. Chery vuole essere entrambe le cose insieme.

Non si tratta di una dichiarazione d’intenti vuota: Chery ha investito massicciamente in ricerca e sviluppo, in sistemi di propulsione ibrida e completamente elettrica e in tecnologie di connettività che oggi i costruttori europei rincorrono affannosamente.

L’Europa nel mirino: da Barcellona in poi

Chery ha costruito vetture a Barcellona sfruttando una joint venture con un partner locale, presso una base produttiva nell’ex impianto Nissan. Il presidente Yin ha dichiarato alla Reuters l’intenzione di «ampliare questa capacità» e di valutare l’esportazione verso altri mercati europei.

La Casa cinese sta cercando accordi di condivisione degli impianti con altri costruttori europei. «Possiamo condividere i profitti, possiamo condividere i modelli», ha detto Yin, senza specificare quali Paesi o partner abbia in mente. Chery non vuole essere ospite in Europa, ma ha intenzione di diventare una parte integrante dell’ecosistema produttivo.

La logica è industrialmente solida. Spedire auto dalla Cina in grandi volumi non è sostenibile nel lungo periodo, per i costi, per i dazi e per la complessità logistica. Produrre localmente, anche sfruttando capacità produttiva inutilizzata dei costruttori europei attualmente in difficoltà a “saturare” lo stabilimento, è una formula che funziona.

Omoda, Jaecoo e l’assalto ai segmenti europei

Nel 2023 Chery ha lanciato due nuovi marchi internazionali: Omoda e Jaecoo. L’anno scorso, per quanto concerne questi brand, ha venduto complessivamente 380.000 unità e l’obiettivo comunicato ai dealer è di arrivare a 1 milione nel 2027. Un traguardo ambizioso, ma non irrealistico guardando la traiettoria degli ultimi due anni.

Jaecoo 7 ha già dimostrato di poter competere ad alto livello, risultando la più venduta in Gran Bretagna nel marzo 2025.

L’offerta di Chery è fortemente orientata ai suv, che hanno rappresentato 2,3 milioni su 2,8 milioni totali venduti nel 2025. Ma la casa di Wuhu sta lavorando su modelli più compatti come la Omoda 4 (foto sotto), consapevole che il gusto europeo premia le dimensioni contenute.

Il futuro: meno marchi, più potere a chi sopravvive

Il mercato cinese è un campo di battaglia. Più di cento marchi automobilistici si contendono i consumatori in una guerra dei prezzi senza quartiere. Yin Tongyue, parlando alla Reuters, ha detto apertamente di aspettarsi una ristrutturazione radicale del settore nei prossimi anni: «Tra qualche anno, forse pochissimi sopravvivranno e saranno in salute. Adesso sta arrivando.»

Chery, per come si è posizionata, con una base produttiva diversificata, una presenza internazionale radicata, marchi distinti per segmenti diversi e una strategia tecnologica articolata, è tra i candidati più solidi a far parte di quel gruppo ristretto. Non è detto che ci riesca. Ma non è nemmeno una scommessa azzardata.

Per i costruttori europei, la domanda non è più se Chery sia una minaccia. La domanda è con quale velocità questa minaccia diventerà strutturale. E la risposta, guardando i dati, suggerisce che il tempo a disposizione per adeguarsi è meno di quanto si pensi.

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