In breve
“The Rivals”: la storia è una sfida continua
Goodwood apre ai nuovi protagonisti
Ford vs Ferrari: quando il V8 varcò l’Atlantico
1976: un anno memorabile per la F1
L’invasione americana nella campagna inglese
Il gentleman in tweed e lo spettatore 2.0
La collina come giudice assoluto
Dalla sfida Ford-Ferrari di Le Mans 1966 al duello Hunt-Lauda, fino ai nuovi protagonisti dell’elettrico e della tecnologia, il Festival of Speed 2026 celebra le rivalità che hanno costruito la storia dell’automobile e quelle che ne stanno scrivendo il futuro. Quattro giorni nel cuore dell’Inghilterra dove il passato torna a correre e il domani chiede spazio sulla collina.
C’è un momento, ogni anno, in cui la campagna del West Sussex smette di essere un esercizio di compostezza britannica e diventa un esperimento controllato di caos meccanico. A Goodwood, la tenuta del Duca di Richmond, il prato è sempre tagliato con precisione quasi chirurgica, il cielo mantiene quell’elegante monotonia grigia che gli inglesi definiscono “buon tempo” e il tè delle cinque resta una forma di istituzione nazionale più che una bevanda.
Poi arrivano le automobili. E tutto il resto diventa improvvisamente irrilevante. Il Festival of Speed non è semplicemente un evento motoristico. È una rappresentazione teatrale della storia dell’automobile, dove il passato non viene conservato ma rimesso in moto, spesso senza particolare riguardo per la quiete pubblica. Qui le vetture non si osservano: si ascoltano, si sentono, si interpretano.
L’edizione 2026 è costruita attorno a un’idea tanto semplice quanto efficace: le rivalità.
Non quelle da talk show o da social network, ma quelle autentiche che hanno definito decenni di Motorsport. Ford contro Ferrari, Hunt contro Lauda, America contro Europa, ingegneria contro istinto, disciplina contro improvvisazione.
A Goodwood, la competizione non è un dettaglio: è il linguaggio stesso dell’evento. Per una volta, la domanda non riguarda la velocità assoluta, ma il contesto: contro chi ha dovuto lottare questa macchina per entrare nella storia?
E spesso, è proprio lì che si trova la risposta più interessante.
Se le rivalità raccontano il passato, Goodwood 2026 non rinuncia a osservare con attenzione ciò che sta arrivando.
Accanto alle icone storiche del Motorsport, la Hillclimb ospiterà una nuova generazione di protagonisti industriali e tecnologici, sempre più centrali nel panorama automobilistico globale.
Tra i nomi più rilevanti figura il Gruppo Byd, presente con i marchi Byd, Denza e Yangwang, in una delle presenze più strutturate mai viste al Festival. L’obiettivo è chiaro: mostrare una visione dell’auto che non si limita più al solo concetto di motore, ma integra software, elettrificazione e nuove architetture di prestazione.
Tra i modelli più attesi figura la Yangwang U9 Xtreme, hypercar elettrica estrema destinata alla celebre Hillclimb. Un oggetto che rappresenta un cambio di prospettiva: la prestazione non è più legata al suono o alla cilindrata, ma alla capacità di tradurre energia in accelerazione pura.
Accanto a questo nuovo paradigma, la Formula E continua il proprio percorso evolutivo, mostrando l’intera trasformazione tecnica delle sue monoposto. Dalle prime generazioni fino ai modelli più recenti, la categoria elettrica dimostra come la competizione possa esistere anche in assenza del rumore tradizionale.
È un contrasto evidente: a pochi metri di distanza, vetture storiche continuano a vivere attraverso il suono meccanico, mentre il futuro si esprime in silenzio.
A Goodwood, però, entrambe le dimensioni convivono senza bisogno di giustificazioni.

Il momento simbolico dell’edizione 2026 è il ritorno delle Ford GT40 Mk II protagoniste della leggendaria 24 Ore di Le Mans del 1966.
Tre vetture, un’unica storia: la vittoria Ford nella sfida contro Ferrari, culminata nella celebre tripletta che segnò uno spartiacque nell’endurance mondiale.
A Goodwood quelle vetture non restano oggetti statici. Tornano a muoversi sulla Hillclimb, spinte dal V8 da sette litri che non ha mai mostrato particolare interesse per la discrezione.
Il risultato è una scena che riassume perfettamente lo spirito del Festival: la campagna inglese che osserva, con impeccabile compostezza, una pagina di storia americana che passa come un fulmine.
Il 1976 resta una delle stagioni più iconiche della Formula 1.
James Hunt e Niki Lauda incarnarono due filosofie opposte dello stesso sport: istinto contro metodo, rischio contro controllo, impulso contro calcolo.
Goodwood celebra i 50 anni di quella stagione riportando in scena le monoposto dell’epoca, tra cui la McLaren M23 che portò Hunt al titolo mondiale.
Il confronto con la Formula 1 contemporanea è inevitabile: oggi la prestazione è il risultato di simulazioni, dati e strategie complesse. All’epoca era una questione più diretta, e decisamente più personale.
Due epoche che condividono lo stesso nome, ma non più lo stesso linguaggio.
Se c’è una cosa che la tradizione britannica ha sempre saputo gestire bene è il disordine altrui.
E il Motorsport americano, per definizione, non è mai stato un esempio di moderazione.
Goodwood 2026 dedica ampio spazio alla cultura automobilistica statunitense: IndyCar, Nascar, Can-Am, Trans-Am, Imsa e tutto ciò che interpreta la parola “equilibrio” come suggerimento facoltativo.
Le celebrazioni includono i 250 anni dell’indipendenza americana e le grandi competizioni storiche come la Indianapolis 500 e la Pikes Peak International Hill Climb.
Il risultato è un curioso cortocircuito culturale: da un lato l’eleganza composta del pubblico inglese, dall’altro il rumore di V8 progettati per farsi sentire molto oltre il perimetro del circuito.
Una convivenza improbabile, ma perfettamente funzionale.

Goodwood è anche un luogo dove convivono due generazioni di appassionati. Da una parte il pubblico tradizionale, fatto di collezionisti, ingegneri, ex piloti e gentleman in tweed che osservano ogni vettura con la stessa attenzione con cui si valuta un’opera d’arte.
Dall’altra una nuova generazione cresciuta tra simulatori, contenuti digitali e piattaforme social, che vive l’automobile come esperienza culturale prima ancora che meccanica.
La nuova Fan Zone del 2026 nasce proprio per creare un punto d’incontro tra questi due mondi, senza forzarne la fusione.
La Hillclimb resta il centro di tutto. Poco più di un chilometro e mezzo in cui ogni vettura deve raccontarsi senza mediazioni. Nessuna strategia, nessuna seconda possibilità.
Solo acceleratore, pilota e gravità.
È un giudizio semplice, ma estremamente definitivo.
Alla fine, Goodwood è questo: un luogo in cui il tempo non procede in linea retta.
Il 1966 può correre accanto al 2026 senza creare contraddizioni. Hunt può incrociare idealmente Lauda. Un V8 americano può dialogare con un motore elettrico senza bisogno di traduzione.
Perché l’automobile, a Goodwood, non è mai soltanto tecnologia.
È competizione, cultura, memoria e identità.
E per quattro giorni, tutto questo torna a essere reale.
Con una certa eleganza. E un livello di rumore che gli inglesi, come sempre, definiranno semplicemente “interessante”.
Auto usate: diesel al sud, elettrico al centro e ibrido al nord. Le preferenze degli italiani che acquistano vetture di seconda mano
Il Parlamento Europeo ha approvato l'accordo finale sulla normativa UE sul fine vita dei veicoli, che esclude i veicoli storici dal suo campo di applicazione