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Incidenti stradali: cosa fare (e cosa non fare) nei primi minuti. Parla l’esperto

di Emiliano Ragoni - 25/06/2026

1. Chi sono i Medici in Pista

C’è un filo che collega le piste da corsa dell’Autodromo di Monza alle strade ordinarie percorse ogni giorno da milioni di automobilisti italiani. Quel filo ha un nome: Medici in Pista, l’associazione che riunisce professionisti della medicina e dell’emergenza sanitaria impegnati sia nell’assistenza alle competizioni motoristiche sia nella divulgazione della cultura del primo soccorso stradale.

Tra i membri dell’associazione figura Enzo Grifone (nella foto sotto), infermiere esperto con una lunga esperienza sul campo, che lavora a fianco del dottor Pusineri nelle attività sia agonistiche sia formative del gruppo. Con lui abbiamo parlato di lesioni, soccorso e — soprattutto — di ciò che ogni cittadino può e deve fare nei minuti che precedono l’arrivo dei mezzi di emergenza.

2. La percezione distorta del rischio: 30 km/h non sono “pochi”

Uno dei nodi culturali più difficili da sciogliere, secondo Grifone, riguarda la sottovalutazione degli impatti a bassa velocità. «Essere colpiti da un’auto che va a 30 km/h equivale a cadere dal primo piano», afferma. Una comparazione che suona semplice ma che veicola un dato biomeccanico preciso: l’energia cinetica trasferita al corpo in una collisione urbana — anche apparentemente banale — è sufficiente a provocare fratture, traumi cranici e lesioni agli organi interni.

«Si tende a mescolare alta velocità con alto rischio», osserva Grifone, «ma questo non esclude che a bassa velocità non ci sia comunque un rischio concreto». Il trauma da decelerazione, ad esempio, colpisce anche nei tamponamenti a velocità contenute: organi come il cuore e il fegato continuano a spostarsi in avanti dopo che il veicolo si è fermato, subendo strappi e contusioni che dall’esterno non sono visibili. «Proviamo a immaginare di lanciare a 50 km/h un cuore o un organo», dice Grifone per rendere l’idea. «Ecco cosa accade all’interno del torace in un impatto frontale».

La sottovalutazione, aggiunge, nasce anche da una scarsa consapevolezza della fragilità del corpo umano. «Non abbiamo la percezione di quanto sia fragile la nostra struttura fisica», sottolinea. «Pensiamo spesso a un graffio preso su uno spigolo: se ci facciamo così male anche con un urto minimo, è perché siamo fatti di tessuti, non di acciaio».

3. Il primo atto: chiamare il 112

Quando si assiste a un incidente — o ci si trova coinvolti — il primo atto è anche il più decisivo: allertare il sistema di soccorso. In Italia il numero unico di emergenza è il 112, che Grifone definisce «la regia dell’intervento». Non un semplice centralino, ma il fulcro di una filiera coordinata che attiva in parallelo sanitari, vigili del fuoco e forze dell’ordine.

«Dalla prima chiamata al 112 inizia una corsa contro il tempo», spiega Grifone. «L’operatore può localizzare la chiamata in pochi istanti e indirizzarla alle forze preposte. È un sistema definito con precisione da un decreto ministeriale, che ne stabilisce ruolo e responsabilità. Non è volontariato: è un servizio strutturato».

Il problema, tuttavia, è che l’Italia non ha ancora uniformato il sistema su tutto il territorio nazionale. «Non tutte le regioni sono allineate», ammette Grifone. «A livello europeo il 112 è stato declinato come numero capofila di una rete di soccorsi, ma l’attuazione è ancora disomogenea». Un ritardo che in certi casi può fare la differenza tra la vita e la morte.

Altrettanto fondamentale è come si comunica con l’operatore: bisogna fornire informazioni chiare sul numero di vittime, sulla dinamica dell’incidente e sull’eventuale presenza di veicoli pesanti coinvolti. «Sapere che c’è un camion coinvolto è determinante per i soccorritori», precisa Grifone, «perché cambia completamente il quadro delle lesioni attese e le risorse da inviare».

4. Mentre si aspettano i soccorsi: cosa fare e cosa evitare

Questo è il punto su cui si concentrano più equivoci. Molte persone, animate da buone intenzioni, compiono gesti istintivi che possono aggravare le condizioni di un ferito. Il più pericoloso è spostare una persona priva di sensi dalla sede in cui si trova: in caso di lesione cervicale, una mobilizzazione improvvisata può trasformare una frattura stabile in un danno permanente al midollo spinale.

«Le istruzioni vengono fornite dall’operatore esperto che risponde al 112», chiarisce Grifone. «Non si chiede al cittadino comune di erogare prestazioni sanitarie: il sistema di soccorso dice cosa fare, passo dopo passo». Il compito del testimone è quindi essenzialmente quello di essere una buona antenna: trasmettere informazioni precise, mantenere la calma, non allontanarsi dalla scena.

Esistono tuttavia alcune azioni che anche un non addestrato può compiere sotto istruzione telefonica:

  • Mantenere la testa del ferito ferma in posizione supina, senza tentare di raddrizzarla o sollevarla;
  • Esercitare pressione su una ferita che sanguina abbondantemente, indicativamente con le mani o con un indumento pulito, in attesa di istruzioni più specifiche;
  • Applicare un laccio emostatico, se disponibile e se l’operatore lo indica, in caso di emorragie gravi agli arti.

«Le casistiche in cui i soccorsi non hanno successo sono spesso quelle in cui le informazioni iniziali non vengono trasmesse in modo corretto», ricorda Grifone. Il fallimento non è quasi mai tecnico: è comunicativo.

5. Cinture, seggiolini, airbag: la triade salvavita

Nessun dispositivo di sicurezza passiva è efficace se usato male — o non usato affatto. Grifone è esplicito: «Non indossare la cintura è una delle cause principali di aggravamento delle lesioni». La cintura non impedisce l’impatto, ma distribuisce l’energia su una superficie corporea più ampia, evitando che organi e strutture ossee subiscano un urto concentrato.

Una precisazione spesso trascurata riguarda l’airbag: «L’airbag deve essere indossato con la cintura», sottolinea Grifone. Senza cintura, il cuscino gonfiabile può diventare esso stesso una fonte di trauma, colpendo il passeggero non ancorato con una forza considerevole.

Per i bambini, la regola è ancora più stringente: «I bambini devono stare seduti nei seggiolini omologati e posizionati sul sedile posteriore», afferma Grifone. «Sono le persone più fragili a bordo: vanno protetti con la massima cura». Una seduta eretta e una corretta postura contribuiscono a ottimizzare l’efficacia sia della cintura sia dell’airbag anche per gli adulti.

6. Moto e micromobilità: il corpo esposto

Il motociclista e, sempre più, l’utente di monopattini e biciclette elettriche affronta ogni spostamento con una condizione di vulnerabilità strutturale: non ha attorno a sé la “gabbia” di sicurezza di un’automobile. In questo contesto, l’abbigliamento tecnico non è un optional ma una vera e propria protezione attiva.

«Chi va in moto scelga almeno l’abbigliamento tecnico», dice Grifone, «e in ogni caso non rinunci alle protezioni sulle mani e sulla colonna vertebrale». Altrettanto critica è la scelta del casco: i modelli che non coprono il volto espongono la parte inferiore del cranio e il mento, zone frequentemente coinvolte nelle cadute.

Il tema della micromobilità elettrica è oggi particolarmente attuale. Monopattini e biciclette a pedalata assistita viaggiano a velocità che possono superare i 25 km/h, ma chi li guida raramente indossa protezioni. «Non abbiamo la percezione della fragilità della nostra struttura fisica», ripete Grifone, applicando il concetto anche a questa categoria di utenti della strada.

7. Distrazioni alla guida: lo smartphone non è l’unico nemico

Lo smartphone è il fattore distraente più citato nelle statistiche sugli incidenti stradali, e Grifone conferma: «La maggior parte degli incidenti è dovuta all’utilizzo del telefono alla guida». Ma la distrazione ha molte forme, non tutte ovvie.

«Anche la musica ad alto volume è un rischio», avverte. «E c’è il coinvolgimento emotivo: essere al telefono non significa solo non tenere le mani sul volante, significa avere la mente altrove». La guida in città, con la sua densità di pedoni, ciclisti e segnaletica, richiede un livello di attenzione che una conversazione telefonica — anche in vivavoce — riduce significativamente.

A questo si aggiunge la questione delle condizioni del conducente: stanchezza, assunzione di farmaci, consumo di alcol, patologie non diagnosticate. «Ci si mette alla guida quando si è in condizioni di guidare», afferma Grifone. «La consapevolezza del rischio non deve essere limitante, ma deve essere presente». Guidare stanchi, ad esempio, è un rischio che molti sottovalutano al pari dell’alcol, ma che ha effetti altrettanto devastanti sui tempi di reazione.

Cellulare alla guida

8. Formazione: il nodo irrisolto dell’Italia

Il filo rosso che attraversa tutta la conversazione con Grifone è uno solo: la formazione. «Bisogna ragionare in termini di formazione fin da giovani», dice. Le competenze di primo soccorso — riconoscere uno stato di incoscienza, chiamare il 112, eseguire le compressioni toraciche esterne — non sono patrimonio comune in Italia come lo sono in altri Paesi europei.

«Non siamo ancora allineati», ammette Grifone. In molti Paesi del Nord Europa l’addestramento alla rianimazione cardiopolmonare è parte integrante dei programmi scolastici; in Italia resta un’attività episodica, affidata a iniziative private o associative come quella dei Medici in Pista, che operano nei circuiti motoristici ma anche nelle scuole e nelle comunità locali.

Il messaggio finale di Grifone è al tempo stesso semplice e urgente: «Guida sicura, sicurezza in strada, primo intervento. Sono tre concetti che dovrebbero essere insegnati insieme, fin dall’adolescenza. Perché sulla strada non si è mai soli, e le conseguenze delle nostre azioni — o della nostra impreparazione — ricadono sempre su qualcun altro».

Enzo Grifone è infermiere esperto e membro dell’associazione Medici in Pista (www.medicinpista.com), attiva nell’assistenza medica alle competizioni motoristiche e nella formazione al primo soccorso stradale.

Sin dalla sua fondazione, l’ACI si è fatto promotore del miglioramento della sicurezza stradale. Un obiettivo che muta, inevitabilmente, con il trascorrere dei decenni e l’evoluzione della tecnologia. Per questo la sensibilizzazione e la formazione continua dei guidatori di tutte le generazioni è e rimarrà un elemento fondativo della nostra visione e della nostra missione. E iniziative quali la campagna “Come Guidi”, sviluppata in collaborazione con il brand Esso, vanno proprio in questa direzione: incrementare la consapevolezza sui fattori di rischio al volante e su come ridurli.

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