La griglia che fa domandeFerrari non parte davanti. Bmw conquista la pole. Cadillac viene penalizzata. Aston Martin porta in pista l’unico dodici cilindri dello schieramento. Alla vigilia della 93ª edizione della 24 Ore di Le Mans, le domande sono forse più interessanti delle risposte.
Guardando la griglia di partenza della 24 Ore 2026, qualcosa sembra diverso rispetto agli ultimi anni. La pole position è andata a Bmw, dopo la penalizzazione inflitta a Cadillac. Davanti ci sono marchi che fino a poco tempo fa sembravano inseguire. Ferrari, invece, è più indietro del previsto: la migliore delle 499P scatterà dall’ottava posizione, una situazione insolita per la vettura che ha dominato l’era Hypercar conquistando tre vittorie consecutive alla 24 Ore con tre equipaggi differenti, e aggiungendo nel 2025 anche i titoli mondiali Piloti e Costruttori.
Come è possibile?
La risposta ufficiale è lineare: gli avversari hanno lavorato bene e hanno recuperato terreno. Bmw appare arrivata alla piena maturità tecnica del progetto. Cadillac ha mostrato una velocità considerevole nelle qualifiche. Toyota, come spesso accade alla vigilia della gara, sembra aver nascosto parte del proprio potenziale. Aston Martin, con la Valkyrie Hypercar, porta in pista l’unico motore dodici cilindri dell’intero schieramento.
Tutto vero. Ma nel Wec moderno esiste uno strumento chiamato Balance of Performance, concepito per mantenere le prestazioni delle vetture all’interno di una finestra competitiva. Nessuno mette in discussione il principio: senza questo sistema sarebbe probabilmente impossibile avere una griglia con un simile numero di costruttori.
Eppure il meccanismo è diventato meno trasparente rispetto al passato. I parametri completi non vengono più divulgati pubblicamente come avveniva in precedenza: soltanto i team conoscono nel dettaglio tutti gli elementi che concorrono alla definizione delle prestazioni consentite. Che gli appassionati si pongano delle domande è del tutto legittimo. Se una vettura capace di vincere tre Le Mans consecutive e un titolo mondiale non sembra più il riferimento assoluto, è inevitabile interrogarsi su quanto derivi dalla crescita degli avversari e quanto da altri fattori regolamentari.

Le risposte arriveranno soltanto dopo ventiquattro ore di gara, anche perché Le Mans non si decide sul giro secco. Quest’anno potrebbe essere il meteo uno dei fattori determinanti. Le previsioni indicano temperature comprese tra i 13 gradi della notte e i 27 del pomeriggio, un quadro che dovrebbe escludere l’utilizzo delle gomme Michelin a spalla blu, le più morbide della gamma.
Le squadre sembrano orientate a costruire la gara attorno alle mescole gialla e rossa, rispettivamente dura e media, con le intermedie pronte nel caso in cui il cielo della Sarthe decida di ricordare a tutti perché questa corsa è considerata la più imprevedibile del mondo.
C’è un’altra Le Mans che continua a resistere al passare del tempo: quella delle dinastie. Anche nel 2026 il paddock è popolato da figli d’arte, giovani piloti che portano cognomi pesanti e cercano di costruire una storia propria su un palcoscenico che ha consacrato i loro padri. A Le Mans il cronometro corre sempre verso il futuro, ma la memoria resta una componente fondamentale del fascino della corsa.
Forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a parlarne: Le Mans non è mai soltanto una gara. È una lente attraverso cui osservare l’industria dell’automobile, la tecnologia, le ambizioni dei costruttori e le regole che governano il motorsport moderno.
Alla vigilia del via, la domanda resta sospesa nell’aria della Sarthe. Cosa succede a Le Mans? E soprattutto: è questa la direzione che il Mondiale Endurance vuole prendere per il proprio futuro?
Testo di Cesare Gasparri Zezza
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