Il dibattito sul 2035 torna centrale dopo le nuove posizioni della coalizione tedesca. Berlino chiede più flessibilità su ibridi ed e-fuel, mentre l’industria invoca realismo. Sullo sfondo, un’Europa divisa tra ambizione climatica e sostenibilità industriale.
Testo di Fabio Madaro
Il 2035, nella narrativa politica europea, doveva essere un punto di arrivo chiaro e irreversibile: la fine del motore a combustione interna per le nuove immatricolazioni. Oggi, però, quel traguardo appare sempre meno come una linea netta e sempre più come una frontiera mobile, soggetta a revisioni, eccezioni e compromessi.
Le nuove aperture provenienti dalla Germania, riportate dalla testata Automobilwoche e confermate nel dibattito politico europeo più ampio, non sono un dettaglio tecnico. Sono piuttosto il segnale di una tensione strutturale che sta attraversando tutta la transizione automobilistica: la distanza crescente tra obiettivi climatici e realtà industriale.
La posizione della coalizione tedesca è significativa non solo per il contenuto, ma per il momento storico in cui emerge. Berlino non sta semplicemente chiedendo aggiustamenti marginali: sta rimettendo in discussione il principio di rigidità del 2035.
Il messaggio, in sintesi, è chiaro: la transizione non può essere una “rottura secca”. Dietro questa impostazione ci sono tre elementi strutturali:
Da qui derivano le richieste di maggiore apertura verso:
Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate, di una retromarcia sul clima. Piuttosto di un tentativo di reintrodurre il concetto di neutralità tecnologica, spesso evocato ma mai completamente accettato nel quadro regolamentare europeo recente.
L’Unione Europea ha scelto una traiettoria ambiziosa: decarbonizzare completamente il nuovo parco auto entro il 2035. Ma la costruzione di questo impianto regolatorio ha dato per scontato un elemento oggi sempre più discutibile: la linearità della transizione.
La realtà del mercato sta raccontando altro con la diffusione dei veicoli elettrici che procede in modo disomogeneo tra Nord e Sud Europa. Il costo medio di accesso all’EV resta elevato per molte fasce di consumatori e la rete infrastrutturale non cresce con la stessa velocità delle ambizioni politiche. Infine la concorrenza cinese ha alterato profondamente gli equilibri industriali
In questo contesto, il rischio non è teorico: è quello di una transizione asimmetrica, in cui gli obiettivi ambientali avanzano più velocemente della capacità economica e industriale di sostenerli.
Il punto centrale del dibattito non è più solo ambientale. È industriale e geopolitico. L’industria automobilistica europea si trova in una fase di fortissima compressione:
In parallelo, la politica industriale europea si trova stretta tra due esigenze difficili da conciliare:
Le richieste tedesche, in questo senso, non sono isolate. Riflettono una sensibilità crescente anche in altri Paesi europei, dove il tema non è più “se” elettrificare, ma come evitare che la transizione produca fratture economiche irreversibili.
Uno dei punti più controversi riguarda il ruolo delle tecnologie “di mezzo”. Gli e-fuel, in particolare, sono diventati il simbolo di una possibile reinterpretazione del divieto del 2035. Tecnicamente, consentirebbero la neutralità climatica del motore a combustione. Politicamente, rappresentano una via per mantenere parte della filiera industriale tradizionale.
Ma economicamente restano ancora costosi e difficilmente scalabili su larga scala nel breve periodo. Lo stesso vale per gli ibridi plug-in, che alcuni vedono come tecnologia di transizione, altri come soluzione destinata a prolungare artificialmente la vita del termico.
In realtà, il nodo non è tecnologico. È politico: quanto spazio concedere alla gradualità senza snaturare l’obiettivo finale?
Il rischio più grande per l’Europa non è l’abbandono del 2035, ma la sua trasformazione in un obiettivo simbolico sempre più lontano dalla realtà industriale. La posizione tedesca, letta in profondità, non è semplicemente una richiesta di “allentamento”.
È il segnale che la fase ingenua della transizione – quella basata sull’idea di sostituzione lineare del termico con l’elettrico – sta lasciando spazio a una fase più complessa, fatta di compromessi, ibridazioni e tempi più lunghi. Il punto decisivo sarà capire se l’Europa saprà aggiornare il proprio impianto regolatorio senza perdere credibilità climatica. Perché una transizione troppo rigida rischia di fallire nella pratica.
Ma una transizione troppo flessibile rischia di perdere il suo obiettivo originario. Ed è esattamente in questo equilibrio instabile che si giocherà il futuro dell’automobile europea.
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