
Testo di Fabio Madaro
Per decenni, il simbolo del passaggio al casello senza fermarsi è stato un piccolo dispositivo fisico, che attivava automaticamente il pedaggio e sollevava la sbarra. In Italia e in molte altre nazioni, strumenti come il Telepass hanno reso possibile superare le casse senza pagare in contanti o ritirare un biglietto, liberando il traffico e semplificando i viaggi lunghi.
Negli ultimi anni sono nate alternative e varianti del concetto: sistemi “on demand” senza abbonamento, dispositivi ricaricabili che si attivano solo quando servono, o addirittura sistemi che sfruttano la sola lettura della targa per addebitare il pedaggio.
Ma la vera rivoluzione oggi è un’altra: il telefono cellulare non è più solo strumento di comunicazione, ma diventa centro dei pagamenti e dei servizi di mobilità. A sviluppare questa soluzione è la statunitense MobiQ, azienda che fa parte del colosso giapponese della componentistica Denso.
Immagina di affrontare un casello autostradale senza alcun oggetto fisico attaccato al parabrezza. Invece di passare sotto un transponder, il tuo telefono usa una forma avanzata di comunicazione a radiofrequenza – criptata e più potente di quelle viste finora – per interagire con l’infrastruttura.
Non solo: l’app mobile non si limita a inviare l’identificativo del veicolo e ad addebitare la somma dovuta. Sa già prima di arrivare quanto costerà il pedaggio, la situazione del traffico e può proporre alternative, come percorsi diversi o la rinuncia al pagamento in cambio di tempi più lunghi di percorrenza.
Questa visione sfrutta un concetto noto come V2X (vehicle-to-everything), secondo cui veicolo, infrastrutture, reti di comunicazione e servizi digitali dialogano in tempo reale. La macchina non è più un mezzo passivo, ma parte di un ecosistema intelligente e connesso.
Il passaggio dall’hardware fisico allo smartphone elimina molti passaggi burocratici e tecnici: non ci sono più letture targhe, archiviazioni di transiti, emissione di fatture postume. Tutto quanto avviene al volo, con addebito immediato e registrazione istantanea nei sistemi contabili.
Per i gestori autostradali, questo si traduce in risparmi su infrastrutture e gestione dati. Per gli utenti, significa semplificazione: niente più dispositivi da installare, da ricaricare o da associare alla targa, ma un’esperienza tutta digitale gestita tramite l’app e il proprio account di pagamento.
Già oggi in Italia esistono servizi che sperimentano modalità più digitali di pagamento – dal sistema classico Telepass ai nuovi dispositivi ricaricabili senza canone e alle soluzioni che integrano il pagamento via app e smartphone – ma la direzione è chiara: spingere sempre di più verso l’eliminazione di oggetti fisici.
Questa evoluzione non riguarda solo il gesto di pagare o non pagare al casello. È parte di una trasformazione più ampia: l’automobile diventa uno snodo di servizi digitali. Infrastrutture, dati e servizi personali – compresi strumenti di navigazione, suggerimenti di percorso, offerte commerciali o informazioni sul traffico in tempo reale – si intrecciano con il comportamento di guida.
Il telefono, che già contiene mappe, contatti e strumenti di pagamento, diventa il centro di un’esperienza coerente e continua. Per molti automobilisti questo è comodo: non ci sono più lucette o bip elettronici da associare al parabrezza, ma semplicemente un dispositivo che si porta sempre con sé.
E chissà che ad altri, il cambiamento non susciti nostalgia: il piacere di un piccolo contenitore di plastica, che ingombra poco ma rassicura, soppiantato da un anonimo servizio digitale che richiede connessione, account, dati personali.
Il salto tecnologico verso sistemi di pagamento come quelli basati su smartphone e comunicazione V2X non è un’ipotesi lontana: è già in corso. Anche se alcuni paesi e gestori mantengono ancora sistemi tradizionali o transitori, l’orientamento generale punta verso un’integrazione sempre più profonda tra veicolo e infrastrutture digitali.
La sfida per il futuro sarà garantire sicurezza, privacy e affidabilità, affinché gli automobilisti non percepiscano solo comodità, ma anche fiducia nell’affidare gran parte delle interazioni di mobilità a un dispositivo che conosce già così tanto delle nostre vite.
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