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Stress, paura e rabbia: la psicologia di chi guida in città

di Marco Triulzi - 18/06/2026

stress

Sesto appuntamento dell’iniziativa “Come guidi” de L’Automobile, in collaborazione con il brand Esso, sui comportamenti degli italiani al volante

Ritmi serrati, traffico congestionato, spazi urbani sempre più affollati e una convivenza delicata tra auto, moto, biciclette, monopattini e altri mezzi di nuova mobilità: oggi guidare significa muoversi in un contesto complesso, che mette alla prova non solo l’attenzione e i riflessi, ma anche la nostra tenuta emotiva.

Al volante, infatti, entrano in gioco anche emozioni quali rabbia, ansia, stress e frustrazione che possono influenzare in modo significativo il nostro comportamento, condizionare le decisioni che prendiamo sulla strada e alterare il modo in cui interpretiamo le azioni degli altri utenti.

Capire che cosa accade nella mente di chi guida aiuta quindi a leggere meglio dinamiche quotidiane che spesso sembrano solo episodi di nervosismo o insofferenza, ma che hanno radici più profonde. Per approfondire questi aspetti, abbiamo intervistato la psicologa – psicoterapeuta D.ssa Ottavia Zerbi, con l’obiettivo di capire quali meccanismi psicologici si attivano quando siamo al volante e in che modo incidono sulla sicurezza e sulla relazione con gli altri.

L’intervista

Nelle grandi città si registra sempre più spesso un aumento dell’aggressività tra automobilisti, che va dalle semplici discussioni fino a episodi più gravi. Quanto incide lo stile di vita urbano su questi comportamenti?

Vivere in una grande città, come per esempio Milano, ha un impatto importante sul nostro equilibrio psicologico, perché espone continuamente a stimoli e richieste elevate. Da un lato offre opportunità, relazioni e possibilità di scelta che possono anche ridurre alcune forme di isolamento; dall’altro lato però aumenta la pressione, la competitività e il senso di urgenza che accompagna le giornate.

Il traffico si inserisce proprio in questo contesto come una delle principali fonti di stress quotidiano: richiede attenzione costante, rapidità decisionale e capacità di adattamento continuo. Quando si è già stanchi o sotto pressione, basta poco – una coda, un ritardo, la difficoltà di parcheggiare – per far emergere frustrazione. Questa frustrazione nasce dal fatto che il traffico ostacola obiettivi concreti e immediati, e proprio per questo può trasformarsi facilmente in rabbia. In alcune persone, soprattutto se già predisposte o in condizioni di stress prolungato, questa rabbia può sfociare in comportamenti aggressivi.

Quando guidiamo siamo isolati dentro l’auto, ma allo stesso tempo in costante interazione con gli altri utenti della strada. Questa condizione modifica il modo in cui percepiamo gli altri e reagiamo alle situazioni?

Sì, perché la guida mette insieme due dimensioni opposte: da una parte siamo chiusi in uno spazio che percepiamo come nostro, protetto, quasi domestico; dall’altra siamo immersi in un ambiente esterno dinamico, fatto di relazioni continue con altri utenti della strada.

Questo comporta uno sforzo mentale costante: il nostro cervello passa continuamente da uno stato più interno – in cui possiamo rilassarci, ascoltare musica, pensare ad altro – a uno stato di attenzione verso l’esterno, in cui dobbiamo monitorare segnali, movimenti e comportamenti altrui. Questo “spostamento” mentale continuo consuma energia.

Quando qualcosa interferisce con questo equilibrio – ad esempio un’infrazione, un comportamento imprevedibile o una situazione di traffico complessa – può generare una sensazione di fastidio o frustrazione. Ed è proprio questa fatica mentale, sommata allo stress, che può facilitare reazioni emotive più intense, come la rabbia.

Spesso si pensa che il tipo di veicolo influenzi il comportamento alla guida, ad esempio che mezzi più grandi o potenti inducano atteggiamenti più “dominanti”. C’è un fondamento psicologico?

Il veicolo può avere un’influenza, ma non è un fattore determinante in sé. Non è la dimensione o la potenza del mezzo a rendere una persona più aggressiva. Piuttosto, è importante capire quali bisogni psicologici stanno dietro alla scelta di quel veicolo.
Ad esempio, la scelta di auto grandi o potenti può rispondere a un bisogno di riconoscimento sociale, al desiderio di sentirsi rispettati oppure a una ricerca di sicurezza e protezione. Sentirsi più “alti” o più protetti può dare una percezione di maggiore controllo sull’ambiente circostante. In alcuni casi questa percezione può tradursi anche in atteggiamenti più assertivi o dominanti, ma non è una conseguenza automatica.
In sintesi, il mezzo può amplificare alcune sensazioni, ma il comportamento alla guida resta sempre legato alla personalità e alle motivazioni profonde di chi è al volante. Nelle città lo spazio stradale è sempre più condiviso tra auto, moto, biciclette e monopattini.

Questa convivenza può generare tensioni: si sviluppa anche un senso di appartenenza a “categorie” contrapposte?

Sì, ed è un fenomeno molto interessante dal punto di vista psicologico. Le persone tendono naturalmente a identificarsi in gruppi, perché questo rafforza il senso di appartenenza e di riconoscimento. Nel contesto della strada, questo significa sentirsi parte della “categoria” degli automobilisti, dei ciclisti o di altri utenti.

Questo meccanismo, però, ha anche un rovescio: porta a percepire chi appartiene a un altro gruppo come diverso e, in alcuni casi, come un ostacolo o un avversario. Si crea così una sorta di competizione per lo spazio e per il rispetto delle regole, che può alimentare tensioni e conflitti.

Non si tratta solo di una percezione soggettiva: è un processo psicologico e sociale radicato, simile a quello che si osserva in molti altri ambiti, in cui il “noi” e il “loro” diventano categorie contrapposte.

Quando parliamo di ansia alla guida, a cosa ci riferiamo e quando diventa un problema concreto?

L’ansia alla guida è un fenomeno complesso e non sempre legato direttamente alla strada o al traffico. In molti casi è un segnale che rimanda a insicurezze più profonde, che trovano nella guida un’occasione per manifestarsi. Il contesto urbano, con la sua complessità e imprevedibilità, può amplificare queste sensazioni, soprattutto per chi non è abituato.
Le manifestazioni possono essere molto diverse: c’è chi prova una tensione leggera ma gestibile e chi invece sviluppa vere e proprie paure, evitando alcune situazioni come il traffico intenso, i parcheggi difficili o l’autostrada. Nei casi più estremi si può arrivare a smettere di guidare o a mettere in atto comportamenti di controllo ripetitivo.

ACI da sempre promotore della sicurezza stradale

Sin dalla sua fondazione, l’ACI si è fatto promotore del miglioramento della sicurezza stradale. Un obiettivo che muta, inevitabilmente, con il trascorrere dei decenni e l’evoluzione della tecnologia. Per questo la sensibilizzazione e la formazione continua dei guidatori di tutte le generazioni è e rimarrà un elemento fondativo della nostra visione e della nostra missione. E iniziative quali la campagna “Come Guidi”, sviluppata in collaborazione con il brand Esso, vanno proprio in questa direzione: incrementare la consapevolezza sui fattori di rischio al volante e su come ridurli.

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