
Testo di Fabio Madaro
Nel grande romanzo dell’automobile ci sono date che segnano un prima e un dopo. Il 29 aprile 1899 – secondo alcune fonti il 1° maggio dello stesso anno – è una di quelle. Su una strada rettilinea di Achères, nei dintorni di Parigi, un eccentrico ingegnere belga dai capelli rossi, Camille Jenatzy, riuscì a compiere un’impresa che sembrava quasi disumana: portare un’automobile oltre i 100 km/h.
La velocità ufficiale registrata sul chilometro lanciato fu di 105,88 km/h. Oggi può sembrare una normalissima andatura da pensionato, ma alla fine dell’Ottocento rappresentava un salto nell’ignoto. Per la prima volta nella storia, un veicolo terrestre superava quella soglia psicologica che molti consideravano irraggiungibile. E il dettaglio più sorprendente è che quella vettura non consumava una goccia di benzina: era completamente elettrica.
Alla fine del XIX secolo non era affatto scontato che il motore a combustione interna avrebbe dominato il mondo. La sfida tecnologica era apertissima. Le automobili elettriche erano silenziose, pulite e facili da guidare; quelle a vapore vantavano grande potenza; i motori a benzina, invece, erano ancora rumorosi, complicati e poco affidabili.In altre parole, nel 1899 il futuro dell’auto non era scritto. E, almeno per un giorno, sembrò che a vincere dovesse essere proprio l’elettricità.
Camille Jenatzy era un personaggio fuori dal comune. Nato nel 1868 a Bruxelles, figlio di un industriale del settore della gomma, studiò ingegneria e si appassionò ai veicoli elettrici. La sua folta barba rossissima gli valse il soprannome di “Le Diable Rouge”, il Diavolo Rosso.
Jenatzy non era soltanto un costruttore, ma anche un formidabile uomo di spettacolo. Sfidava regolarmente il conte Gaston de Chasseloup-Laubat, detentore di numerosi record di velocità con le sue vetture elettriche Jeantaud. Tra i due si sviluppò una sorta di duello tecnologico che trasformò la velocità in uno straordinario strumento pubblicitario.
Per battere il rivale, Jenatzy decise di costruire qualcosa di radicalmente diverso. Nacque così La Jamais Contente, nome traducibile come “La Mai Contenta” o “Quella che non si accontenta mai”. Un nome perfetto per descrivere il carattere del suo ideatore.
La carrozzeria, realizzata dal carrozziere Rothschild, aveva una forma a sigaro o a siluro, ispirata più ai proiettili che alle carrozze dell’epoca. Era costruita in “partinium”, una lega leggera composta principalmente da alluminio con aggiunte di magnesio e tungsteno. Misurava circa 3,8 metri di lunghezza, pesava intorno ai 1.450 kg e poggiava su pneumatici Michelin, all’epoca una novità tecnologica.
Sotto quella carrozzeria futuristica trovavano posto due motori elettrici Postel-Vinay da 25 kW ciascuno, per una potenza complessiva di circa 50 kW, equivalenti a 68 cv. L’energia era fornita da batterie ad alta capacità per gli standard dell’epoca.
Nonostante la forma affusolata, il pilota sedeva molto in alto, praticamente esposto all’aria come su un cavallo da corsa. Un dettaglio che oggi farebbe sorridere qualsiasi aerodinamico: dopo aver progettato una carrozzeria da missile, il guidatore veniva lasciato fuori come un tappo di champagne. Eppure funzionò.
Sul rettilineo di Achères, Jenatzy lanciò la sua creazione e registrò la velocità media di 105,88 km/h. Superò così il precedente primato di 92,78 km/h stabilito poche settimane prima da Chasseloup-Laubat.

Per gli osservatori dell’epoca fu uno shock. Molti non avevano mai sperimentato una velocità simile. Insomma, la prima auto “ad alte prestazioni” era elettrica: c’è una sottile ironia storica in questa vicenda. Oggi l’auto elettrica viene spesso presentata come la tecnologia del futuro, una rivoluzione recente. Con poche certezze e ancora molti dubbi. In realtà, all’alba dell’automobile, l’elettrico era già protagonista e deteneva il record assoluto di velocità.
Prima dei turbo, dei V12, delle supercar e persino molto prima di Tesla, la vettura più veloce del pianeta era un’auto alimentata a batterie. La storia, talvolta, non torna indietro: fa semplicemente dei giri molto lunghi.
L’originale è oggi conservato presso il Musée national de la voiture, a Compiègne. Osservarla dal vivo significa trovarsi di fronte a un oggetto che sembra arrivare contemporaneamente dal passato e dal futuro.
Camille Jenatzy continuò a correre e a vincere, conquistando anche la prestigiosa Gordon Bennett Cup. Morì nel 1913 in un tragico incidente di caccia, alimentando ancora di più la leggenda del Diavolo Rosso.
La Jamais Contente non fu soltanto un primato sportivo. Fu la dimostrazione che l’automobile poteva diventare una diavoleria capace di superare ogni limite conosciuto.
E soprattutto ci ricorda una verità dimenticata: l’idea di un’auto elettrica ad alte prestazioni non è affatto una novità del XXI secolo. Era già realtà nel 1899, quando il mondo scoprì che il futuro poteva correre a oltre 100 km/h… in assoluto silenzio.
La storia dell’insegna luminosa Citroën sulla Tour Eiffel: un’impresa visionaria nata dall’incontro tra André Citroën e il fiorentino Fernando Jacopozzi.
Alfa Romeo Classiche introduce nuovi servizi al Museo di Arese: consegna delle auto restaurate, certificazioni di autenticità e nuove esperienze dedicate ai collezionisti