
Testo di Maurizio Bertera
Può sembrare un paradosso ma in un Paese come l’Italia che ha un parco auto notoriamente tra i più vecchi in Europa, gli autoriparatori indipendenti stiano diminuendo.
Vediamo i numeri, resi noti dalla sempre attenta CGIA di Mestre. Il parco auto ha superato quota 41 milioni e 300mila mezzi. Stando allo studio, nell’ultimo decennio si sono aggiunte poco più di 4 milioni e 200mila vetture, con un aumento complessivo dell’11,5%. Nei capoluoghi, quasi due vetture su tre (64,3%) hanno 8 anni e più.
Il record spetta alla provincia di Firenze con 877 vetture per mille abitanti. Seguono Isernia con 850, Catania con 811, Frosinone con 801 e Reggio Emilia con 793. Invece, le realtà dove il tasso di motorizzazione è più basso sono Trieste con 579, Milano con 571 e Genova con 511.
Tra i grandi Paesi dell’Unione Europea, l’Italia ha il parco auto più anziano: quasi una macchina su quattro – il 24,3% – ha più di vent’anni. Peggio soltanto la Spagna (25,6%), mentre la Francia si ferma a poco più di una su otto (12,5%) e la Germania addirittura a una su dieci (10%).
In teoria, un grande numero di veicoli in circolazione e un’anzianità elevata si riflettono inevitabilmente sulla domanda di riparazioni, che è effettivamente molto alta. Eppure molte realtà indipendenti non riescono però ad approfittare di questo positivo momento nel mercato dell’autoriparazione.
Tra il 2014 e il 2024, le aziende del settore sono diminuite da circa 83.700 a 75.284, con una contrazione del 10%. A livello regionale, le cessazioni di attività si registrano maggiormente in Abruzzo (-16,2%), Puglia (-15,9%) e Marche (-15,6%).
Come osserva la CGIA, non si tratta di una crisi temporanea, ma purtroppo di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile mantenere aperta un’autofficina tradizionale. Le cause sono diverse, a partire dai costi di gestione: l’aumento delle bollette energetiche, degli affitti e dei costi per lo smaltimento dei rifiuti speciali diminuiscono i margini per le imprese del settore.
Altre cause? La scontata evoluzione tecnica che negli ultimi anni necessita di ingenti investimenti per l’aggiornamento tecnologico delle officine (software di diagnosi, calibrazione ADAS e via dicendo) e per la formazione degli addetti. Anche l’avvento delle motorizzazioni elettrificate richiede un aggiornamento strutturale e costoso per poter operare su questo tipo di veicoli. La concorrenza delle grandi reti fa sì che i network di officine e di concessionarie dominino il mercato e chi ne rimane fuori faccia fatica a rimanere competitivo. E ancora la massiccia opera della ricambistica nell’e-commerce: l’acquisto di ricambi online da parte dei guidatori riduce ulteriormente i margini degli ‘indipendenti’.
C’è poi – ma non è solo un problema del settore – un ricambio generazionale difficile: le nuove generazioni manifestano disinteresse per i lavori manuali come quello dell’officina, nonostante il mestiere sia molto cambiato all’insegna dell’innovazione e della tecnologia.
Le possibili soluzioni? Va detto che nel settore non mancano realtà che sono state in grado di investire negli anni passati e che oggi si trovano nelle condizioni di poter trarre il massimo dalla forte domanda di riparazione nel nostro Paese, con ottimi risultati in termini di fatturato. Ma per salvaguardare le tante piccole realtà italiane in difficoltà, la CGIA di Mestre ritiene urgenti l’introduzione di sostegni agli investimenti, incentivi per la formazione tecnica e nuove politiche mirate alla valorizzazione del mestiere dell’autoriparatore.
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