Davanti al Bagdad Café c’è un uomo con una chitarra. Sopra di lui, un’insegna scolorita resiste al sole del deserto; intorno, adesivi, vecchie ruote di carro e una facciata rossa che sembra raccogliere i ricordi di chi è passato. La Maserati GranCabrio Trofeo si ferma sulla ghiaia. Ha la capote nera ancora chiusa, la carrozzeria blu che cambia tono sotto delle nuvole che promettono pioggia e quattro sedili color ghiaccio. Per qualche minuto, il viaggio può aspettare.
È una delle soste del nostro itinerario californiano. La Route 66, il Mojave, i campi petroliferi, poi le strade verso la costa e i vigneti. Paesaggi diversi, tenuti insieme da un’automobile che porta nel nome una promessa precisa: viaggiare, possibilmente a lungo, lasciando al cielo la parte superiore dell’abitacolo.
Prima, però, bisogna fare i conti con il termometro. Anche se il cielo è coperto ci sono 42 gradi. L’idea della California percorsa sempre a tetto aperto si arrende al primo pomeriggio nel deserto. La tela rimane sopra le nostre teste e il climatizzatore lavora: dentro si sta bene, anche quando il paesaggio oltre il parabrezza ha i colori della terra bruciata.
Dall’impianto Sonus faber arriva Fabio Concato. La GranCabrio comincia a convincerci così, con la naturalezza con cui rende abitabile una giornata rovente.
Sotto il lungo cofano c’è il Nettuno: V6 di tre litri, due turbocompressori, 550 CV e 650 Nm. La combustione a precamera, tecnologia che Maserati ha trasferito dalle competizioni alla strada, è una delle sue particolarità. Ma qui interessa soprattutto ciò che il motore permette di fare: riprendere velocità senza affanno, lasciarsi accompagnare dal cambio automatico ZF a otto rapporti, avere una riserva di spinta che non occorre interrogare continuamente. I 3,6 secondi dichiarati nello scatto da zero a cento e i 316 km/h raccontano il potenziale della Trofeo. Sulla vecchia strada americana, il piacere sta anche nel tenerlo in tasca.
Ci sono troppe ragioni per rallentare. Il murale della Route 66 sulla parete del Divine Liquor Store. I colori da jukebox del Peggy Sue’s, con la grande insegna “50’s Diner”. Un cartello che invita a fare attenzione ai serpenti. Poi una stazione di servizio abbandonata: della pompa è rimasto lo scheletro, con i meccanismi esposti e la ruggine che si mangia il metallo. Sopra la pensilina si addensano nuvole scure. La Maserati, adesso scoperta, sembra arrivata da un’altra epoca rispetto a quel distributore. Eppure il motivo per essere lì è lo stesso: la strada.
Il paesaggio del petrolio offre un’altra sosta. Un’enorme pompa a bilanciere domina la GranCabrio; altre si allineano sullo sfondo, fra pali e terra ocra. Nelle fotografie il blu della carrozzeria prende riflessi quasi viola. Le ruote nere, le pinze rosse e la capote raccolta o distesa cambiano il carattere dell’auto a ogni fermata. È elegante, ma ha qualcosa di muscolare che questi scenari rendono ancora più evidente.
Lasciando il deserto, il viaggio cambia gradualmente consistenza. Tornano i campi, i frutteti, il verde. Scende la temperatura. Finalmente si può levare il cappello e lasciare entrare quello che, fino a poco prima, guardavamo attraverso un vetro. L’aria, gli odori della terra coltivata, i rumori ai margini della strada. Gli interni chiari diventano parte del paesaggio.
Verso Carmel Valley la carreggiata si stringe. Le curve si avvicinano, arrivano salite e discese: il comando sul volante passa su Sport. Il Nettuno prende voce, il cambio diventa più pronto e la Trofeo mostra l’altra metà del proprio carattere.
La trazione integrale Q4 e il differenziale autobloccante elettronico aiutano a mettere a terra la spinta. La massa resta quella di una grande cabriolet a quattro posti, ma la precisione con cui segue le curve invita a guidare. Sui rattoppi e sugli avvallamenti, le sospensioni pneumatiche con ammortizzatori controllati dal sistema Skyhook filtrano il fondo senza lasciare la carrozzeria abbandonata a se stessa. È qui che la tecnica trova il suo posto nel viaggio: nelle correzioni che non servono, nelle sconnessioni assorbite, nella facilità con cui si continua.
Sulla 17-Mile Drive il ritmo torna a scendere. Il cartello di Pebble Beach indica la direzione fra gli alberi, i rami si riflettono sulla carrozzeria e il cielo è diventato pallido. Poi compare il Pacifico. A Pacific Grove ci fermiamo davanti all’acqua: dopo il caldo del Mojave, l’aria fresca e salmastra sembra appartenere a un’altra stagione. Poco dopo viene voglia di richiudere la capote.
Le immagini fra i vigneti aggiungono un’altra California: filari ordinati, colline dorate, ulivi e piccoli fiori gialli sul bordo dell’asfalto. La GranCabrio vi si trova bene quanto davanti al diner o all’oceano. Ha attraversato il viaggio cambiando tono, senza perdere la propria voce.
Alla fine, del Nettuno ricordiamo la spinta e il suono. Della Trofeo, però, resta soprattutto la voglia di ripartire: scegliere un’altra strada, abbassare il tetto quando l’aria lo permette e vedere che cosa c’è dopo la prossima curva.
Testo di Cesare Gasparri Zezza
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