Ci sono luoghi nei quali il tempo sembra avere l’abitudine di tornare sui propri passi. Monza è uno di questi.
Domenica 6 settembre 2026, quando Kimi Antonelli ha tagliato per primo il traguardo del Gran Premio d’Italia dopo una rimonta furiosa dalla diciannovesima posizione, non ha soltanto interrotto sessant’anni di attesa per una vittoria italiana nel Gran Premio di casa. Ha riacceso un ricordo molto più lontano, quasi sepolto sotto ottantotto anni di storia dell’automobilismo. Un’altra domenica di settembre, un altro italiano, un’altra macchina tedesca.
L’11 settembre 1938 Tazio Nuvolari aveva infatti conquistato Monza al volante della Auto Union Tipo D.
Non è un paragone da prendere alla lettera. Antonelli ha vent’anni e sta costruendo la propria storia; Nuvolari ne aveva quasi cinquanta ed era già una leggenda. Uno corre nella Formula 1 dell’elettronica, dell’ibrido e dell’aerodinamica esasperata; l’altro in un’epoca nella quale trecento all’ora erano una sfida quotidiana alla morte.
Ma certe coincidenze non hanno bisogno di essere spiegate troppo. Basta guardarle.
Antonelli ha fatto qualcosa che a Monza non accadeva a un italiano dal 1966, quando Ludovico Scarfiotti aveva portato la Ferrari alla vittoria. Ma la sua impresa ha avuto un sapore particolare perché è arrivata proprio al volante di una Mercedes.
Partire diciannovesimo e vincere non era semplicemente difficile: sembrava quasi proibitivo. Una penalizzazione per la sostituzione della power unit lo aveva relegato in fondo alla griglia, mentre il compagno di squadra George Russell partiva dalla prima fila. Antonelli ha invece trasformato quella che sembrava una condanna in una delle gare più spettacolari della sua giovane carriera.
Ha rimontato, ha attaccato, ha perso terreno e lo ha riguadagnato. Ha persino assaggiato la ghiaia nella fase decisiva, senza però perdere la testa. Poi ha ripreso Russell e lo ha superato nelle battute finali, andando a prendersi la sua settima vittoria stagionale.
È una vittoria che dice molto del pilota che Antonelli sta diventando. E proprio qui, quasi inevitabilmente, il pensiero torna a Nuvolari.
Per capire la portata dell’impresa del 1938 bisogna però fare attenzione alle parole. La Auto Union non era semplicemente un marchio automobilistico tedesco. Era una grande società nata nel 1932 dalla fusione di quattro realtà della Sassonia: Audi, DKW, Horch e la divisione automobilistica della Wanderer. Il celebre simbolo dei quattro anelli nasce proprio da quella unione.
La nuova Auto Union AG diventò rapidamente uno dei grandi gruppi automobilistici tedeschi e decise di affrontare anche la massima espressione della competizione automobilistica.
Le sue monoposto da Gran Premio sarebbero diventate leggendarie. E i quattro anelli avrebbero poi dato origine al marchio Audi. Ma questa è un’altra storia.
Quella monoposto aveva il motore alle spalle del pilota, una soluzione tecnica allora rivoluzionaria, e rappresentavano insieme alle Mercedes-Benz le avanguardie tecnologiche dell’automobilismo tedesco degli anni Trenta.
Quando nel 1938 cambiò la formula dei Gran Premi, con il limite di 3 litri per i motori sovralimentati, Auto Union rispose con la Tipo D. Il dodici cilindri di 2.985 centimetri cubici sviluppava circa 485 cavalli e poteva raggiungere i 330 km/h. La Mercedes W154, l’altra grande protagonista dell’epoca, aveva un dodici cilindri di 2.962 centimetri cubici da circa 468 cavalli. L’Alfa Romeo 308, invece, si fermava a circa 295 cavalli.
E dentro una di quelle Auto Union doveva tornare a correre l’uomo che sembrava avere già dato tutto. Tazio Nuvolari arrivava a quel momento attraverso un periodo drammatico.
Aveva perso il figlio Giorgio. Aveva conosciuto la crisi delle Alfa Romeo e, nel 1938, aveva anche vissuto un terribile incidente a Pau, quando l’Alfa che stava provando prese fuoco. Nuvolari riuscì a salvarsi lanciandosi dall’abitacolo. In ospedale arrivò persino a pensare al ritiro.
Poi arrivò l’Auto Union. La squadra tedesca era alla ricerca di un sostituto per Bernd Rosemeyer, il suo giovane campione morto il 28 gennaio 1938 durante un tentativo di record di velocità sull’autostrada tra Francoforte e Darmstadt. Nuvolari accettò la sfida.
Doveva imparare una macchina completamente diversa da quelle che aveva guidato per tutta la carriera. Il motore era dietro di lui. Il comportamento della vettura era diverso. La guida doveva cambiare.
Nuvolari aveva bisogno di tempo per capirla. E lo ebbe appena. Secondo il Museo Tazio Nuvolari furono necessarie tre gare di adattamento prima che il mantovano tornasse alla vittoria. La quarta fu Monza.
Quel giorno il Gran Premio d’Italia si correva davanti a una folla enorme e in un’Europa ormai sospesa sull’orlo della guerra.
In pista, intanto, dominavano le grandi squadre tedesche.
La Mercedes aveva Hermann Lang, uno dei piloti più veloci dell’epoca. L’Auto Union schierava Nuvolari, Hermann Müller e altri uomini di grande esperienza.
Lang conquistò la pole. Il pronostico sembrava ancora una volta favorevole alle Mercedes.
Ma Monza aveva deciso diversamente. La gara si trasformò progressivamente in una battaglia di resistenza. Nuvolari prese il comando e la Tipo D dimostrò finalmente tutto il potenziale per il quale era stata progettata. Le Mercedes non riuscirono a trasformare la loro superiorità teorica nel dominio atteso.
Nuvolari continuò a spingere. Dietro di lui Hermann Müller, anch’egli su Auto Union, sembrava ancora poter riaprire la partita. Poi, a due giri dalla fine, il motore della sua vettura cedette.
A quel punto Nuvolari era solo. La Auto Union attraversò per prima il traguardo dopo circa 420 chilometri di gara.
Secondo fu Giuseppe Farina con l’Alfa Romeo. Terzo Rudolf Caracciola con la Mercedes.
E la prima vittoria dell’Auto Union nel Gran Premio d’Italia aveva qualcosa di simbolico: la macchina costruita dall’industria automobilistica tedesca era stata portata al successo da uno dei più grandi miti dell’automobilismo italiano.
È difficile non vedere, oggi, almeno una suggestione.
Nel 1938 un italiano arriva a Monza con una monoposto tedesca dopo avere dovuto imparare un modo completamente nuovo di guidare.
Nel 2026 un altro italiano arriva a Monza con una Mercedes dopo essere stato costretto a partire dal fondo dello schieramento.
Nuvolari deve recuperare una stagione e una carriera che sembrano entrate in una fase crepuscolare.
Antonelli deve trasformare una penalità in un’opportunità.
Entrambi, in modi completamente diversi, si trovano davanti a una gara nella quale nessuno può regalare loro nulla.
E entrambi finiscono per fare della macchina il proprio strumento. È questa, forse, la parte più affascinante della storia. Non il colore della carrozzeria. Non il nome della squadra. Non la nazionalità della casa costruttrice. Ma il pilota. Quello che prende una macchina costruita da altri e, per qualche ora, riesce a farla sembrare fatta apposta per lui.
Naturalmente non bisogna trasformare Antonelli nel Nuvolari del XXI secolo. Sarebbe troppo facile e soprattutto troppo presto.
Nuvolari è una figura irripetibile. La sua carriera attraversa un’epoca nella quale il pilota era una parte integrante della tecnologia della macchina, quando il coraggio e l’istinto potevano compensare differenze tecniche enormi.
Antonelli appartiene invece a un’altra Formula 1. Una Formula 1 nella quale il talento deve convivere con telemetria, ingegneri, simulatori, strategie, gestione delle gomme e power unit.
Eppure la grandezza di Monza sta proprio nel permettere a queste due storie di incontrarsi.
Nel 1938 Nuvolari aveva quasi cinquant’anni e nessuno poteva sapere che quella vittoria sarebbe diventata una delle ultime grandi pagine della sua straordinaria carriera.
Nel 2026 Antonelli ha appena vent’anni.
Il primo era un campione arrivato alla maturità estrema della sua parabola. Il secondo è un talento che sembra avere davanti a sé ancora tutto il tempo del mondo. Per questo, forse, la vera analogia non è nel passato. È nel futuro.
Ottantotto anni dopo quel pomeriggio del 1938, un italiano è tornato a vincere sul circuito più carico di storia d’Italia al volante di una macchina tedesca.
Allora era una Auto Union Tipo D. Oggi è una Mercedes.
Allora il pubblico aspettava Nuvolari. Oggi aspetta Antonelli. La linea rossa non è continua. È fatta di vuoti, di epoche, di campioni e di macchine completamente diverse.
Ma passa ancora da Monza. E, forse, è proprio lì che vale la pena fermarsi a guardarla. Perché le leggende dell’automobilismo non si ereditano. Si costruiscono.
E Kimi Antonelli, dopo questa domenica, ha appena messo la prima pietra della sua.
Testo di Fabio Madaro
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