A prima vista sembra la classica ‘americanata’ poi ragionando non è tale. A Los Angeles, il noto produttore musicale Jay Judah ha avuto un’idea tanto semplice quanto geniale: trasformare una telecamera pubblica che monitora il traffico della Highway 101 – circa 2500 km da Los Angeles a Turnwater, nei pressi di Olympia, Washington – in una sorta di sintetizzatore capace di comporre musica in tempo reale utilizzando le automobili come note.
E’ una notevole evoluzione di quanto è stato fatto con le cosiddette ‘strade musicali’ che utilizzano le strisce e le scanalature per emettere suoni: non quelli fastidiosi che sentiamo quando i pneumatici della nostra auto ci finiscono sopra ma piacevoli, in generale molto rilassanti. Per la storia, i primi a scoprire che, variando lunghezza e distanza delle scanalature, si potevano creare melodie quando le auto vi passano sopra, furono due artisti danesi di nome Steen Krarup Jensen e Jakob Freud-Magnus.
Il primo esempio di ‘Asphaltophone’ – questo è il nome scelto – risale al 1995: permetteva di ascoltare, in un tratto di strada a Gylling (Jutland) un arpeggio in Fa maggiore. Ma il Paese che è letteralmente impazzito per quest’idea, tanto da crearne più di 30 sulla propria rete stradale, è il Giappone, che ha «Melody Roads» per tutti i gusti: musica classica, canzoni d’amore e anche folk locale. Da Hokkaido al monte Fuji se ne possono trovare vari esempi, che, grazie al tipico perfezionismo dei progettisti nipponici, sfruttano strisce con pattern diversi per le ruote destre e sinistre, creando una colonna sonora polifonica.
Il nuovo progetto, battezzato “The 101 Plays Itself”, utilizza quindi le immagini in diretta delle telecamere del Dipartimento dei Trasporti della California. Ogni volta che un veicolo attraversa una linea virtuale sovrapposta all’immagine, il software genera una nota musicale. Le cinque corsie diventano così le cinque righe di un pentagramma inedito, mentre il traffico si trasforma – senza saperlo – in un’originale partitura. Il risultato ha sorpreso media e automobilisti.
Nelle ore di punta il sistema produce sequenze martellanti come quelle delle migliori band synth pop degli anni ’80, mentre nelle ore notturne, quando le carreggiate si svuotano, la composizione rallenta fino ad assumere i contorni di una musica ambient. In pratica, durante il giorno Depeche Mode e, alla sera, Brian Eno. L’aspetto più divertente dell’intera operazione è che il traffico, da sempre considerato il nemico n.1 della mobilità moderna, diventa improvvisamente una risorsa creativa. E’ probabilmente l’unica situazione al mondo in cui un rallentamento può essere accolto con soddisfazione. almeno da chi non ha fretta o si stressa facilmente…
Nel nostro Paese, siamo ancora ben lontani dal concetto delle strade sonore. Ragione di più per divertirsi nel pensare quali canzoni ‘da viaggio’, ovviamente italiane, sarebbero adatte all’utilizzo.
Per esempio “Sì, viaggiare”, una delle hit di Lucio Battisti, per la cronaca lato B del suo 19° singolo (uscito nel 1977) dove il lato A è “Amarsi un po’”. Testo di Mogol, ovviamente: il viaggio simboleggia la nostra vita, spesso non facile. Metafore dirette ma sempre con sorriso, esaltate dalla voce unica del Lucio nazionale. È un evergreen, ascoltabile dall’alba al tramonto: forse ancora meglio con il buio intorno. «E tornare a viaggiare/E di notte con i fari illuminare/Chiaramente la strada per saper dove andare»: l’importante è avere un punto d’arrivo.
Poi impossibile non mettere in questa ipotetica playlist “Io vagabondo” dei Nomadi, un inno alla libertà dei Nomadi, il piacere del viaggio senza pensare al come e una delle canzoni italiane più note in assoluto (basta vedere quanto sia ancora suonata, a 50 anni di distanza). Atmosfera da Via Emilia, visto che nel 1972 i leader erano Augusto Daolio da Novellara (Reggio Emilia), purtroppo scomparso, e Beppe Carletti da Novi di Modena, tuttora al comando. Musica e testo emozionano sempre («Si la strada è ancora là/Un deserto mi sembrava la città»), sale la voglia di guardare lontano.
Poi, siamo di parte. Quando un album si chiama “Ulisse” e la canzone “Andare per andare” non ha senso dire altro: per i (tanti) fedeli della Premiata Forneria Marconi – band simbolo del rock progressive italiano – segna il ritorno alle scene dopo un decennio di silenzio. «Andare andare/andare andare via/dove non ti perdi mai/e si ostinano a vivere i grandi sogni miei»: il brano del 1997 racconta di un viaggio immaginario, simile a quello di Ulisse nell’Odissea.
Qualcosa di più recente? Diremmo “Buon Viaggio” di Cesare Cremonini – adorato da chi guida le due ruote per “50 Vespa Special” quando era frontman dei Lunapop: un brano che fa venire voglia immediatamente di una scampagnata sui colli più vicini a casa (quindi non per forza bolognesi). Ma a noi piace di più, come detto, quando canta “Buon Viaggio”, che è un invito a prendere il volante senza pensare a una meta: «Coraggio, lasciare tutto indietro e andare/Partire per ricominciare/Che se ci pensi siamo solo di passaggio/ E per quanta strada ancora c’è da fare/ Amerai il finale».
Chiusura con un brano di Ligabue, che fa parte di “Buon Compleanno Elvis”: «Certe notti la macchina è calda/E dove ti porta lo decide lei/Certe notti la strada non conta/E quello che conta è sentire che vai”. Anche se può valere per ogni territorio e ogni stagione, questo gioiello del rocker di Correggio è l’essenza del viaggio notturno. L’importante è ascoltarlo, guidando piano perché bisogna arrivare all’ultimo bar che chiude, per ritrovare gli amici nottambuli. “Certe notti sei sveglio/O non sarai sveglio mai/Ci vediamo da Mario prima o poi”. Grandissimo, il Liga, soprattutto sulla Padana Inferiore. Altro che Brian Eno sulla Highway 101.
Testo di Maurizio Bertera
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