Per i russi Volga è il nome del fiume che è il cuore geografico, storico e culturale della Russia, considerato il simbolo stesso dell’anima russa e non a caso viene chiamato affettuosamente “Volga-Matushka”, madre Volga. Ma è anche il nome di un’auto che oggi a molti in Occidente dirà poco o nulla ma per chi viveva prima nell’URSS e poi in Russia rappresentava il simbolo del potere. Tecnicamente era la GAZ-M21, modello prodotto dalla Gor’kovskij Avtomobil’nyj Zavod (in russo significa “Fabbrica automobilistica di Gor’kij”) dal 1956 al 1970. Ne furono vendute quasi 700mila unità: sembrano nulla in una Nazione che negli anni ’60 aveva oltre 240 milioni di abitanti ma era un’auto per l’èlite, molto invidiata dalla massa: la utilizzavano solo alti funzionari, diplomatici, uomini del KGB.
Nel 1970, arrivò l’erede GAZ-24, caratterizzata da forme squadrate e ‘occidentali’, rimasta in produzione – con numerosi aggiornamenti – fino agli anni 2000, un decennio dopo la fine dell’Unione Sovietica. La versione più celebre (e temuta) era soprannominata ‘Dogonyalka’ – letteralmente ‘inseguitrice’ o cacciatrice – che spinta da un motore V8 da 5,5 litri e 195 cavalli era utilizzata dai reparti speciali del KGB. Era un mezzo ben pensato: visivamente non destava sospetti, ma nascondeva una meccanica sofisticata e offriva prestazioni non comuni per le abitudini locali.
L’arrivo dei costruttori stranieri sul mercato russo unita alla passione dei nuovi ricchi per le auto tedesche e britanniche di fascia alta mandò progressivamente in crisi la produzione delle Volga, fino alla chiusura definitiva delle attività nel 2010.
Oggi, con il ritiro di diversi gruppi occidentali, Mosca punta anche sui marchi storici per ricostruire un’industria automobilistica nazionale. Anche a causa di una situazione internazionale dove la Russia è soggetta a sanzioni di ogni tipo, non stupisce che il progetto di rinascita passi per la Cina, sia per ragioni tecniche sia per situazioni politiche. Nel 2024 il rilancio della Volga era stato presentato con tre modelli derivati da quelli Changan ma quel programma non arrivò mai alla produzione. Due anni dopo, il progetto è ripartito puntando su Geely con tre modelli: le crossover K50 e K40 e la berlina C50.
La produzione in serie è iniziata nell’aprile scorso presso il sito di Nižnij Novgorod, struttura dove un tempo venivano assemblate Volkswagen e Škoda prima dell’uscita dei costruttori occidentali. Un passo importante in avanti anche se il livello di ‘localizzazione’ della nuova Volga si attesta intorno al 14%, con l’obiettivo di raggiungere il 50% entro il 2028 e arrivare al 75% entro il 2032. Quindi nome e assemblaggio sono russi, ma senza l’ausilio cinese il progetto non sarebbe minimamente partito e per anni sarà ancora sotto il loro controllo.
Aspetto fondamentale è il coinvolgimento diretto di Vladimir Putin, che ha visitato l’impianto e provato personalmente delle vetture. I media russi hanno narrato che durante il tragitto interno al sito, lo Zar ha promosso l’auto definendola «confortevole, silenziosa e maneggevole al punto da poterla controllare quasi con un dito». Una promozione scontata ma comunque utile alla sfida.
La nuova gamma, come detto, comprende tre nuovi modelli su base Geely, con minimi ritocchi estetici, tra cui una calandra specifica con listelli verticali e loghi dedicati.
La Volga C50 è una berlina di segmento D basata sulla prima generazione della Geely Xingrui mentre la Volga K40 è un crossover compatto derivato dalla Geely Boyue L, la top – Volga K50 – è il suv più grande della gamma e riprende il pianale della Geely Xingyue L.
Il top di gamma è quindi la K50, lungo 4,77 metri, con 210 mm di altezza da terra, un peso di 1.855 kg, uno spazio interno per cinque posti e un bagagliaio da 562 litri. Sotto il cofano c’è un 2.0 turbo benzina da 238 cavalli e 350 Nm, abbinato a un cambio automatico Aisin a otto rapporti e alla trazione integrale. Il marchio resterà entro i confini della Russia, ma in un’ottica di globalizzazione, non viene esclusa a priori un’esportazione verso altri mercati, magari asiatici. Presto per dirlo.
Testo di Maurizio Bertera
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