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Addio, mitico Drago

di Redazione - 01/03/2026

Testo di Marco Di Pietro

Sabato 28 febbraio ci ha lasciato Sandro Munari. Il “Drago”. L’uomo che ha fatto nascere l’amore per i rally tra gli italiani a partire dalla sua vittoria al Rallye di Montecarlo del 1972, al volante della sua Fulvietta HF rossa con i cofani neri e il numero di gara 14, navigato dal fido Mario Mannucci (anche lui è nel regno dei cieli, ormai quasi da 14 anni), dove danzò sulla neve contro una muta di Alpine A110 e Porsche 911.

Munari non fu Campione del Mondo della specialità semplicemente perché il Mondiale Piloti al tempo non esisteva (fu istituito nel 1979, anche il Titolo Mondiale per i Costruttori venne ufficialmente inaugurato nel 1973: prima si chiamava Campionato Internazionale Marche). Ma che fosse un Campione, anzi “il” Campione, non ci sono mai stati dubbi.

Nel 1977 al volante della Lancia Stratos si aggiudicò infatti la Coppa Fia Piloti: il titolo che poi sarebbe diventato ufficialmente il Mondiale Piloti. Per tutti era il “Drago”: indomabile, imbattibile. Nato a Cavàrzere, in provincia di Venezia, dove la pianura un tempo quasi completamente acquitrinosa e poi in gran parte bonificata lambisce il Polesine. Un paesone oggi di 12.000 abitanti attraversato dall’Adige che è nella parte finale del suo lungo percorso (410 km: è il secondo fiume italiano) prima di gettarsi nel mare Adriatico, non distante dalla foce del Po. Terra di fatica e di sacrifici, che tempra mente e corpo degli abitanti, e crea un carattere duro e ostinato, resistente a ogni difficoltà. Proprio quello della razza dei piloti da rally, come per tanti veneti come lui. Anzi, il Veneto è la patria d’origine del rallysmo nazionale (un nome per tutti: il bassanese Miki Biasion, bicampione del mondo).

Il “Drago” è scomparso a 85 anni dopo una lunga malattia. Ha partecipato a 36 prove dei rally mondiali vincendone 7 e conquistando 14 podi. Ma è stato anche Campione Italiano per due volte (1967 e 1969), Campione Europeo (1973) e vincitore della Mitropa Cup (1971). Sempre con la Lancia.

Aveva però iniziato nel 1964, come navigatore di Arnaldo Cavallari, uno specialista di buona fama al tempo, con una Alfa Romeo Giulia TI Super del Jolly Club. Nel 1965 passò al volante e alla Lancia, con la Flavia Coupé, poi con la Fulvia e infine con la Stratos. Col ritiro della Lancia dai Rally come squadra ufficiale passò alla Fiat 131 Abarth fino al 1980. Poi ridusse l’impegno sportivo, dopo 15 anni in giro per il mondo, non prima però di aver tentato di mettere in bacheca l’unico Rally Mondiale importante che mancava tra i suoi trofei: il Safari, che gli è sempre sfuggito, a volte soltanto per un soffio. Munari aveva provato a vincere il rally in Kenia fin dal 1974 (arrivò terzo con la Fulvia HF), poi raccolse un secondo posto nel 1975, si ritirò nel 1976 e conquistò il terzo nel 1977 (con la Lancia Stratos).

Nel 1979 arrivò decimo con la 131 Abarth e poi 4 ritiri dal 1981 al 1984. L’edizione 1983 fu una delle più sfortunate. Era al volante dell’Alfa Romeo Alfetta GTV6 ufficiale. La squadra dell’Autodelta aveva fatto le cose per bene: il direttore sportivo era il suo amico Cesare Fiorio, il copilota era Jan Street, un capace professionista locale che già aveva accompagnato il “Drago” nell’edizione precedente (con una Porsche 911 del team Almeras). La lunga sessione di test di preparazione, al volante di un “muletto” (una GTV6 utilizzata in Gruppo N nel 1982 dalla Scuderia Tre Gazzelle), aveva alimentato le speranze di vittoria. Invece un banale guasto, la rottura delle spazzole dello spinterogeno, un danno da poche lire, fermò Munari quando era in posizione eccellente nella classifica. Prima l’assistenza che raggiunse la GTV6 dopo ben due ore dal guasto, poi l’incapacità di diagnosticare il danno, fecero perdere così tanto tempo prezioso che Munari giunse alla fine della prova fuori tempo massimo e venne costretto al ritiro. La maledizione del Safari, gara mai vinta da Sandro, era confermata ancora una volta…

Munari, specialista assoluto nei rally, si è cimentato anche in altre tipologie di gare: nel 1972, dopo la vittoria a inizio anno al Montecarlo, fu convocato da Enzo Ferrari in persona per prendere parte alla Targa Florio al volante della potentissima Ferrari 312 PB, la Sport Prototipo che aveva dominato la stagione portando alla Scuderia l’ultimo mondiale prima del ritorno nella specialità in questi ultimi anni con la 499P. In realtà era un’idea del marketing Fiat-Lancia. Sandro Munari, in coppia con lo specialista Arturo Merzario, dimostrò di sapersi adattare agevolmente ai 450 cv della 312 PB, pur arrivando dai soli 160 della Fulvietta. Infatti vinsero a mani basse.

Il Drago ci stava prendendo gusto: tentò anche l’avventura in pista: sempre nel 1972, sempre con la Ferrari 312 PB e sempre con Merzario, arrivò quarto alla 1000 km di Zeltweg. Nel 1973 Frank Williams gli propose di correre il Grand Prix del Sudafrica con la Iso Marlboro motorizzata Ford Cosworth. Ma stavolta Cesare Fiorio si… mise di traverso. Si cimentò anche nei raid africani sul finale della carriera (Parigi-Dakar e Rally dei Faraoni). Fondatore dell’Abarth Driving School, lavorò anche per Lamborghini per 10 anni a cavallo degli anni 80 e 90, come Responsabile delle Relazioni Esterne. Un ruolo svolto magistralmente anche in questo caso.

Sandro Munari

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