
Testo di Maurizio Bertera
The Mother Road, la strada madre. Sia lode eterna a John Steinbeck, che coniò questa definizione per la Route 66, l’arteria che nel 2026 festeggia i suoi primi cento anni di vita. È la storia dell’America che, grazie alla musica e alla letteratura, ha dato forma al concetto tutto americano di on the road.
Il romanzo Furore di Steinbeck ebbe un ruolo decisivo nella costruzione del mito, così come le musiche di Chuck Berry, Woody Guthrie e dei Rolling Stones. Anche il cinema contribuì a renderla leggendaria: da Furore (1940) a Easy Rider (1969), da The Blues Brothers (1980) a Bagdad Café (1987) e Thelma & Louise (1991) fino al film d’animazione Cars (2006). Motel, luci al neon, rock’n’roll e country ascoltati in auto o sui giganteschi truck ne hanno fissato l’immaginario.
Sempre in nome di Steinbeck, vale la sua frase più celebre: “Una strada dovrebbe sempre portare a un posto migliore. Questa è la vera ragione di una strada. La strada è speranza. Non è questo?”.
L’origine della Mother Road risale al primo dopoguerra, quando si decise di mettere ordine in un sistema viabilistico statunitense frammentato e confuso. Il Governo centrale voleva collegare le piccole città degli Stati interni a una grande arteria nazionale, unendo Chicago, metropoli in pieno sviluppo, al Pacifico.
Inaugurata l’11 novembre 1926, la Route 66 collegava la capitale dei Grandi Laghi alla spiaggia di Santa Monica, attraversando Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California. Erano 3.940 chilometri, ovvero 2.450 miglia, completamente asfaltati solo nel 1938.

In pochi anni divenne fondamentale per il Paese, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale e culturale. Apprezzata dai camionisti per i tratti pianeggianti, fu la via preferita per il trasporto delle merci e per i lunghi spostamenti. Lungo l’asse est-ovest migrarono migliaia di americani diretti in California in cerca di fortuna, proprio come raccontato in Furore.
Il traffico sulla Route 66 aumentò rapidamente e la richiesta di cibo, carburante, riparazioni e alloggi trasformò l’economia delle aree attraversate. Negli anni Cinquanta divenne l’autostrada delle vacanze degli americani diretti verso il sole della California.
Fu anche il luogo di sorprendenti novità: qui nacque il primo fast-food, il Red Giant Hamburg di Springfield, in Missouri, seguito dal primo drive-in e dal primo McDonald’s a San Bernardino, in California. Aperto il 15 maggio 1940 dai fratelli Richard e Maurice McDonald, era un drive-in che rivoluzionò il concetto di ristorazione veloce, servendo hamburger a 15 centesimi in tempi rapidissimi. Oggi il sito originale ospita un museo dedicato alla storia della catena.

Il primo colpo al ruolo centrale della Route 66 arrivò con il presidente Dwight Eisenhower che, impressionato dall’efficienza delle autostrade tedesche, avviò un piano di modernizzazione della rete viaria. Le vecchie strade persero così importanza a favore delle Interstate Highways, nuove infrastrutture per un Paese sempre più motorizzato.
Il declino, segnato da continue deviazioni, si concluse nel 1984 con l’abolizione dell’ultimo tratto originale in Arizona. L’anno successivo la Route 66 fu ufficialmente rimossa dal sistema autostradale federale.
Oggi il mito sopravvive grazie alle associazioni che ne hanno ottenuto il riconoscimento come Historic Route e la tutela delle strutture lungo il percorso, segnalate dai caratteristici cartelli marroni. In parte dissestata, la Route 66 attraversa ancora otto Stati e tre fusi orari. Non è più una highway, ma resta una tradizione e una leggenda: la Grande Via Diagonale. Percorrerla non è nostalgia, ma magia pura, come quando si vede per la prima volta l’oceano Pacifico.

Dal 22 al 24 gennaio la Winter Marathon torna a Madonna di Campiglio: due tappe, 500 km e 14 passi dolomitici per la classica invernale della regolarità per le auto...
Tutte le Auto dell'Anno italiane dal 1967 a oggi. Storia dei modelli Fiat, Lancia e Alfa Romeo che hanno vinto l'ambito premio europeo