
Testo di Marco Visani, fotografie Carrstudio
Quando un giornalista sente odore di scoop, c’è una solo cosa che può fare: dare la notizia. A costo di fornirla per sommi capi, incompleta, perfettibile. Ora: siamo d’accordo che il concetto di “colpo” si attagli meglio al gossip o alla politica che al nostro relativamente piccolo (e abbastanza codificato) mondo dell’auto da collezione. Però quando ti “tirano fuori” una macchina come questa, di cui nessuno aveva mai sentito parlare, che nessun libro menziona, di cui non sai sostanzialmente niente, al diavolo le misure delle carreggiate o i backstage dello sviluppo.

Tutto ciò è (anche) per scusarci dell’assenza di informazioni tecniche dettagliate. Dati che oggi si scovano in un secondo o, in casi come questo, richiedono ore di telefonate senza poi arrivare comunque al risultato. Ma non sempre. In ogni caso, prima cosa che fai la pubblichi, una chicca del genere, dopo esserti lustrato gli occhi per avere avuto il privilegio di conoscerla, scoprirla e annusarla in anteprima.
Grazie alla sorte e grazie a colui che quella sorte l’ha propiziata. La fortuna aiuta gli audaci, dunque “colui” è Corrado Lopresto, che ha recuperato in Francia poco meno di un due anni fa questa straordinaria fuoriserie da rappresentanza costruita dalla Carrozzeria Savio su gruppi meccanici Fiat 2100 (sei cilindri in linea, quindi). Ce l’ha fatta incontrare così com’era, senza alcun intervento di restauro, foss’anche solo conservativo.
Giusto portando via l’eccesso di polvere che il trasporto aveva comunque già in parte spazzolato. Perché l’excusatio non petita che avete letto sopra rimanga solo un vezzo, abbiamo cercato di spaccare il capello in quattro per trovare indizi e notizie (sempre loro, sì) su questa one off. A iniziare dalle origini dell’atelier che l’ha vestita.
Si perdono nel 1919, quando in via Tiziano 38/40, a Torino (siamo a pochi isolati dal vecchio stabilimento Fiat di corso Dante), Antonio e Giuseppe Savio aprono una boita (sarebbe bottega, in piemontese) per la costruzione di carrozzerie per chassis Itala − quella della Pechino-Parigi − e Ceirano: su questi ultimi adottano, primi al mondo, dei silent block. Ma lavorano anche per Fiat, Alfa Romeo, OM, Isotta Fraschini, Ansaldo e Chiribiri. Nel 1954, scomparsi i fondatori, l’azienda passa al genero di Giuseppe, Alfredo Caracciolo, che affianca la moglie Italia e nel 1959 apre una nuova sede a Moncalieri.
È un’azienda anomala, la Savio. Più che uno stilista come comunemente lo intendiamo, è un costruttore in quantità confidenziali di veicoli specializzati: ambulanze − tante − scuolabus, e la Jungla, il suo più grosso successo, un veicolo ricreazionale, una “torpedina” su base Fiat (e Seat) 600 costruita in 3200 unità tra il 1965 e il 1974.

Grosso modo, nello stesso periodo, l’azienda funge da officina sussidiaria della Fiat per le piccole serie: produce la Campagnola standard, dopo avere allestito il furgone 1100 Industriale per conto della Polizia, come pure dà una mano alla Pininfarina per la produzione della Lancia Appia Coupé (molti anni più tardi sarà sempre la Savio a dare forma alle scocche in composito della Delta S4). Negli anni 60, approfittando del momento d’oro della carrozzeria italiana e della limitata offerta ufficiale delle Case, la piccola firma di Moncalieri − che non supera i 100 addetti − si lancia nell’agone della creatività e porta ai Saloni dell’automobile, a quello di Torino soprattutto, alcune fuoriserie su meccanica Fiat.
Tra esse, una manciata di 600 D Multipla speciali (alcune chiuse, altre decappottabili) utilizzate per le visite a Mirafiori degli ospiti di riguardo. Nel 1960 reinterpreta a modo suo la 1500 Cabriolet, che nella versione ufficiale Fiat è opera di Pininfarina, e ne ricava una singolare coupé a due posti secchi con coda lunga e lunotto invertito simile a quello della Ford Anglia. Qui il montante a “Z” è in realtà un pretesto per consentire la discesa del vetro e favorire la circolazione d’aria nell’abitacolo.

Questa sportiva è la chiave di volta per arrivare alla “nostra” 2100. Perché, pur nella diversità di genere, anticipa alcuni degli elementi che vedremo pochi mesi più tardi nella fuoriserie a quattro porte. Soprattutto dietro: lo specchio di coda a diedro, gli scassi laterali che contengono i gruppi ottici e proseguono svasando i fianchi sono infatti assolutamente identici. Non ci azzeccano per niente, invece, il padiglione, dall’andamento molto classico con gli immancabili parabrezza (altissimo) e lunotto panoramici, e la parte anteriore.
Qui svettano i fari gemellati e la cornicetta che li circonda, che debuttarono sulla 1300/1500 di serie ad aprile 1961. È incontrovertibile che si tratti dei medesimi componenti, il che consente di datare la Savio − il cui telaio, per la cronaca, è lo 050289 − dopo quella data, ma verosimilmente prima di agosto, mese in cui la 2100 standard venne sostituita dalla 2300. Ma non è da escludere che la costruzione sia di qualche mese successiva: la Savio, che aveva realizzato alcune autolettighe e carri funebri su base 1800/2100, potrebbe infatti aver recuperato il pianale ricevuto dalla Fiat per uno di questi veicoli.

Di certo la targa posteriore, emessa in provincia di Avellino il 30 ottobre 1967 e quindi parecchio successiva, non aiuta nella datazione, ma fornisce quantomeno un pallido indizio della destinazione del veicolo. Che non essendo mai stato esposto a un Salone (Savio, d’altra parte, non era uno di quelli che li batteva proprio tutti) lascia pensare a un ordine da parte di un cliente al quale doveva essere apparsa poco… speciale la 2100 Speciale, che era la “fuoriserie di serie” regolarmente a listino Fiat e veniva costruita da un altro specialista dell’arcipelago dei carrozzieri torinesi, la Èllena.
Lo straordinario stato di conservazione della palpebra copricruscotto, la cui mousse interna si sfaldava dopo pochi anni di esposizione alla luce e al calore del sole, ci racconta di una vettura che ha vissuto tutti i suoi giorni all’asciutto di un’autorimessa. Molto simile, davanti, alla 1300/1500 − sarà il vincolo dei proiettori, ma anche la calandra sembra copiata su un foglio trasparente da disegno − la grande Savio ha un aspetto personale, ma non eccentrico.
Certo, la “freccia” disegnata dalla centinatura del fianco, su cui si innesta il taglio del bicolore, è un po’ di gusto americano e a noi moderni lascia pensare anche alle linee molto movimentate delle auto dei nostri tempi. Molto sporgente lo scarico, con tutta la struttura del silenziatore a vista, che sulla Fiat normale rimane invece seminascosto sotto la scocca. Una curiosa disattenzione su un’auto viceversa curata in ogni dettaglio, in contrasto anche con il fatto che, osservandola sulla tre quarti posteriore, non si vedono le balestre delle sospensioni.

Perché in realtà non ci sono: sino all’estate 1961 la sei cilindri Fiat montava infatti un originale retrotreno di derivazione 1400/1900 che associava il balestrino (cioè la mezza balestra ancorata davanti) alle molle elicoidali. Al netto di un gusto piuttosto “caricato” per la decorazione, è un esercizio di stile di grande interesse. Se confrontata con la 2100 standard, appare molto più moderna: le pinne verticali, che avrebbero inesorabilmente datato la berlina Fiat, sono qui reinterpretate con uno sviluppo orizzontale e le creste sui parafanghi anteriori sono molto più morbide. Ci si ritrova qualcosa della successiva Ford Consul 315, con raccordi però molto più mediati.
Come sempre capita in queste esecuzioni, a tanto estro esterno corrisponde nell’abitacolo, in modo inversamente proporzionale, una perfetta adesione allo stile del modello d’origine. La plancia è perfettamente coincidente con quella della berlina standard, e la mancanza dell’anello del servoclacson (che rende l’enorme volante comprensibilmente e insolitamente vuoto) si deve sicuramente a qualche incidente di percorso in una delle vite precedenti della vettura.

Lo stesso vale per l’impiego dei tappetini in gomma, che erano la regola d’uso anche su vetture importanti come questa. E chissà che un giorno, frugando e ripulendo, da sotto il tappeto, oltre alla polvere spunti anche tutta la verità su questa berlina unica, affascinante, irripetibile.
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