Safety car e gomme, due strategie a confronto
Hirakawa vince per 591 millesimi su Martins
Aston Martin e il rimpianto di Gamble
Genesis, la top 10 sfumata per un drive-through
La velocità è una promessa. Il risultato è ciò che riesci a mantenerne. La Sei Ore del Fuji del campionato WEC ha messo una distanza crudele fra le due cose: l’Alpine ha comandato a lungo e ha perso, Aston Martin ha intravisto una grande giornata e l’ha sciupata, Toyota ha riconosciuto l’occasione quando sembrava destinata a guardare gli altri festeggiare. Nell’endurance succede. Il difficile è accettarlo quando capita a te.
A venti minuti dalla fine, dopo la safety car provocata dall’incidente della McLaren di Finn Gehrsitz, la corsa era diventata una questione di gomme, posizioni e nervi. La Toyota numero 8 aveva abbreviato il rifornimento e rinunciato agli pneumatici nuovi, guadagnando la testa. Alpine aveva investito sulla rimonta: quattro gomme fresche per Victor Martins, due per Charles Milesi. Due letture della stessa occasione, entrambe con una logica. Il verdetto sarebbe arrivato in pista.
Ryō Hirakawa ha vinto con 591 millesimi su Martins. Insieme a Sébastien Buemi e Brendon Hartley ha riportato la Toyota al successo di casa dopo tre anni e si è preso la testa del Mondiale piloti. La BMW di Dries Vanthoor ha completato il podio, l’altra Alpine è arrivata quarta. Per la squadra francese, il miglior risultato complessivo con due auto nella classe regina aveva il sapore di qualcosa lasciato sul tavolo. Anche una bella classifica può raccontare una delusione.
Sarebbe comodo dividere il paddock fra chi ha avuto coraggio e chi ne ha avuto meno. Ma se Martins avesse trovato il varco nell’ultimo giro, oggi celebreremmo la lungimiranza di chi gli aveva montato le gomme nuove. Una strategia si giudica con le informazioni disponibili quando viene scelta. Il risultato decide la coppa; non sempre esaurisce il giudizio. La bravura del muretto nipponico è stato costruire una possibilità e affidarla a un pilota capace di difenderla.
Dall’Aston Martin arriva la frase che dà un senso anche alla giornata di chi ha perso. Tom Gamble ammette di aver commesso «un piccolo errore con conseguenze molto grandi» e chiede scusa alla squadra. Nelle sue parole c’è il rimpianto per una macchina mai così competitiva e per un potenziale rimasto inutilizzato. È una buona lezione di responsabilità: riconoscere il proprio errore, dare valore al lavoro degli altri, ripartire da ciò che funziona. La promessa, adesso, è provare a ripagare il team nelle ultime due gare.
C’è poi la Genesis, che un posto nei primi dieci lo aveva a portata di mano prima di perderlo per un drive-through nel finale. Per un programma nuovo, il potenziale è una notizia; vederlo sfumare in classifica è già una lezione. Il cammino verso i risultati passa anche dalla capacità di portare a casa ciò che si è costruito.
La Ferrari torna dal Fuji con un problema diverso e un bottino minimo: il decimo posto della numero 51, unica 499P a punti. Il Mondiale costruttori vede Toyota a 169, BMW a 146 e Ferrari a 115. Fra i piloti, Pier Guidi, Calado e Giovinazzi inseguono i nuovi leader a trenta punti. Mancano due appuntamenti: abbastanza per continuare a combattere, troppo pochi per permettersi un’altra domenica così.
A Maranello serve una risposta che si misuri sul cronometro e in classifica. Il prestigio non riempie la casella dei punti, così come il potenziale non sale sul podio da solo. È la parte più severa, e più interessante, di questo campionato: un nome importante ti procura attenzione, ma ogni risultato va riconquistato.
Il Fuji lascia allora una domanda che vale per tutti, vincitori compresi: quanto di quello che avevamo a disposizione siamo riusciti a trasformare in risultato? La Toyota, stavolta, quasi tutto. Gli altri hanno tre settimane per preparare una risposta migliore. A Barcellona si torna a correre. E le promesse tornano in scadenza.
Testo di Cesare Gasparri Zezza
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