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Volkswagen, sì al piano Blume: più tagli, meno modelli e 4 fabbriche in bilico

di Emiliano Ragoni - 07/09/2026

Lo spettro dell’assemblea straordinaria

Il Gruppo Volkswagen si prepara ad affrontare le sfide dei prossimi anni con una profondo ristrutturazione. L’ennesima, ma questa volta ancora più radicale. Era necessaria perché il mercato dell’auto è cambiato ed è stato letteralmente investito dall’ondata cinese, che ha costretto i costruttori a rivedere i loro margini.

La scorsa settimana è andato in scena il confronto che avrebbe potuto provocare una crisi ai vertici del Gruppo Volkswagen, che si è chiuso con un compromesso. Il consiglio di sorveglianza ha approvato all’unanimità il Future Plan 2030, il programma con cui l’amministratore delegato Oliver Blume vuole ridisegnare il più grande costruttore automobilistico europeo.

Il risultato era tutt’altro che scontato. A luglio la componente formata dai rappresentanti dei lavoratori e dalla Bassa Sassonia aveva respinto la parte più dura del progetto. Blume aveva però preparato una possibile contromossa: portare il piano davanti a un’assemblea straordinaria degli azionisti già in ottobre, come avevamo anticipato.

In quella sede i dipendenti non avrebbero partecipato al voto e i rapporti di forza sarebbero stati più favorevoli al management. Porsche controlla il 53,3% dei diritti di voto, il Qatar il 17% e la Bassa Sassonia il 20%. La strada non avrebbe comunque garantito l’approvazione, perché la Legge Volkswagen attribuisce al Land una minoranza di blocco su alcune operazioni straordinarie. La prospettiva di una resa dei conti ha però aumentato la pressione sulle parti e reso preferibile un accordo.

Altri 50 mila posti in meno

Il punto più delicato, ovviamente, riguarda l’occupazione. Il piano prevede una nuova riduzione di circa 50 mila posizioni nel mondo, che si aggiunge ai programmi già avviati. La contrazione potenziale complessiva dell’organico si avvicina così a 100 mila unità, quasi il 15% degli oltre 650 mila dipendenti del gruppo.

Come di consueto non si tratta, però, di veri e propri licenziamenti. Volkswagen indica strumenti come prepensionamenti, accordi individuali e altre forme di uscita. Non sono stati ancora definiti la distribuzione dei tagli tra marchi, Paesi e stabilimenti né un calendario dettagliato. La riorganizzazione coinvolgerà anche i vertici, con la riduzione di circa il 25% delle posizioni manageriali, Cina esclusa.

Metà modelli e quattro fabbriche in bilico

Volkswagen intende dimezzare il numero dei modelli entro il 2035 e ridurre del 75% la complessità dell’offerta (qui per saperne di più). Saranno razionalizzati anche piattaforme, software, architetture elettroniche e sistemi di assistenza alla guida, concentrando le risorse sui prodotti capaci di generare maggiori volumi e margini.

Resta incerto il futuro degli impianti di Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm. La loro chiusura non è stata decisa, ma il gruppo ha riconosciuto di avere in Europa una capacità produttiva superiore alla domanda per oltre 500 mila veicoli l’anno. Alla conclusione degli attuali programmi, tra il 2031 e il 2034, non può essere garantita una nuova assegnazione produttiva. Entro giugno 2027 dovranno essere individuate riconversioni o soluzioni alternative.

Il piano è approvato

Blume punta a costruire il gruppo su nove milioni di veicoli venduti ogni anno e a raggiungere entro il 2030 un margine operativo del 9%, corrispondente a un risultato operativo di circa 31 miliardi di euro. Il confronto con il 2025 chiarisce la portata della sfida: Volkswagen aveva già consegnato nove milioni di veicoli, ma il risultato operativo si era fermato a 8,9 miliardi. Il rilancio dovrà quindi arrivare soprattutto dalla riduzione dei costi e dal miglioramento dei margini, non dall’aumento dei volumi.

Tra il 2027 e il 2031 saranno destinati 135 miliardi di euro a investimenti e ricerca e sviluppo. La ripartizione delle risorse, però, dovrà ancora essere validata e presentata al consiglio di sorveglianza nel prossimo ciclo di pianificazione.

Il comunicato rilasciato dal gruppo tedesco fa riferimento a un cambiamento importante nella governance: il consiglio di sorveglianza limiterà progressivamente i propri diritti di approvazione preventiva alle operazioni realmente rilevanti per l’intero gruppo, adeguando le soglie alla prassi delle altre grandi società del Dax. Per Blume significa più autonomia e decisioni più rapide.

Il Future Plan non chiarisce la distribuzione dei tagli, il futuro dei quattro stabilimenti e gli investimenti destinati ai singoli marchi. Per avere informazioni più precise bisognerà quindi aspettare i prossimi mesi.

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