Un molo nel Queens, con lo skyline di Manhattan dall’altra parte dell’acqua. Qui, nel 1953, furono scattate le prime foto della Porsche 550 Spyder che poi fecero il giro del mondo. E qui Porsche ha presentato in anteprima mondiale la Mission S.
Il posto non è stato scelto per la vista. La 550 Spyder fu la prima supersportiva della Casa, aveva il motore centrale e aprì alla casa tedesca la strada del mercato americano. Settantatré anni dopo, la Mission S riparte dallo stesso schema meccanico e dallo stesso identico punto.
La Mission S rappresenta molto di più di un mero modello di visione. Oltre ad anticipare lo stile delle supercar del futuro della società è il segno incontrovertibile dello sviluppo della nuova piattaforma per supersportive a motore centrale che si collocherà sopra la 911. Inoltre, per la prima volta, si tratterà di un’offerta disponibile in modo continuativo. Finora le ammiraglie sportive di Stoccarda, dalla 959 alla Carrera GT fino alla 918 Spyder, sono sempre state serie a numero chiuso.
«Una Porsche deve essere riconoscibile come Porsche al primo sguardo», ha detto Michael Leiters, presidente del Consiglio di amministrazione di Porsche AG. Leiters ha chiarito che la Mission S non anticipa una hypercar da collezione in pochi esemplari, ma un’aggiunta stabile e versatile alla gamma.
Il concept è anche il primo risultato visibile di Sportwagenschmiede ’35, il piano strategico al 2035 che Porsche ha presentato il 7 ottobre al Capital Markets Day. Per Tobias Sühlmann, responsabile dello Style Porsche, la Mission S fissa una direzione che vedremo presto sui modelli di serie. Le parole chiave sono tre: autentico, coerente, senza tempo.
Porsche per tornare a crescere punta quindi su supercar che garantiscono grosse marginalità.
Le proporzioni della supercar sono dettate dal motore centrale, che permette di mantenere la flyline, il profilo del tetto che scende verso la coda e che da sessant’anni fa riconoscere una Porsche da lontano. Il rapporto tra larghezza e altezza è estremo, i parafanghi hanno la classica forma «a siluro» e le superfici sembrano staccate l’una dall’altra: in Porsche li chiamano floating volumes, volumi che fluttuano.
Una linea continua gira intorno alla carrozzeria e collega le firme luminose anteriori e posteriori. Sopra quella linea le superfici sono muscolose; sotto, lasciano a vista gli elementi tecnici e mettono in mostra la ricerca della leggerezza.
Poi ci sono le citazioni, che un porschista riconosce al volo. I fari tondi e i parafanghi vengono dalla 911. Le linee di giunzione dei pannelli che si fondono con la grafica dei fari sono un omaggio alla 911 serie G. Il frontale piatto arriva dalla 911 GT1, e dalla stessa auto viene il concetto «car-in-car» della coda, una specie di auto dentro l’auto. Il profilo del tetto sotto l’alettone ricorda la 959, ma qui prosegue fino all’estremità posteriore.
Anche i dettagli tecnici hanno un pedigree. Il sistema di raffreddamento richiama la ventola della 917, l’alettone posteriore è attivo e completamente integrato nella carrozzeria. I cerchi partono dal celebre disegno «a telefono» della 928 e lo reinterpretano con un obiettivo preciso: pesare il meno possibile.
Per l’abitacolo i designer sono tornati alla 550 Spyder e alla 356. Due linee orizzontali attraversano plancia e portiere; danno la sensazione di stare seduti in profondità, avvolti dall’auto, e richiamano la linea che corre lungo la carrozzeria. Interruttori e tasti fisici convivono con i display, senza che uno cancelli l’altro.
I sedili hanno la fibbia della cintura integrata nel pannello centrale e i comandi elettrici di regolazione spostati in una posizione nuova. Sono soluzioni che arrivano dritte dalle corse, come i colori: bianco, grigio e rosso, quelli delle Porsche che hanno vinto in pista. Le tinte sono state create apposta e si chiamano Firn White Metallic, Light Red Metallic, Black Chrome e, per gli interni, Special Black.
Mentre la concorrenza allarga i tablet in plancia, Porsche va nella direzione opposta. Sulla Mission S non c’è un display centrale fisso e non c’è lo schermo per il passeggero. Al loro posto c’è un supporto a scomparsa per lo smartphone, compatibile con la tecnologia MagSafe. Chi vuole usa il proprio telefono per navigazione e informazioni, attraverso una versione semplificata dell’app My Porsche.
Davanti al guidatore restano i cinque strumenti circolari, marchio di fabbrica della Casa. Al centro c’è il contagiri con lancetta analogica e un display alle sue spalle. In base alla modalità di guida il contagiri si avvicina al conducente e i cinque elementi cambiano disposizione, affiancati oppure uno dietro l’altro. Dall’app si possono scegliere anche grafiche digitali ispirate agli strumenti storici.
La chiave, disegnata apposta, si inserisce a sinistra del volante, come da tradizione Porsche. In plancia ci sono nuovi comandi push-pull, da premere e tirare, per le funzioni di comfort e di guida, mentre il cronometro Sport Chrono è stato ridisegnato e mette insieme lancette e precisione digitale.
Porsche non ha comunicato potenza, tipo di motore, peso, prestazioni né tempi per la versione di serie. Per ora sappiamo che la piattaforma sarà a motore centrale, che si collocherà sopra la 911 e che non sarà un’edizione limitata. Il resto, per il momento, resta a Stoccarda.
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