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Tesla e IED: l’auto del futuro non si guida. Si abita

di Emiliano Ragoni - 26/03/2026

1. L’auto del futuro secondo Tesla e IED

Come sarà l’auto del futuro? È la domanda delle domande. Un quesito che da sempre agita designer, ingegneri e visionari. Quest’anno, gli studenti del Master in Transportation Design di IED Torino hanno provato a rispondere concretamente, dando forma a TIME, concept car a guida autonoma sviluppata in collaborazione con Tesla.

Non ha il cofano. Non ha l’abitacolo separato dalla carrozzeria e non ricerca la bellezza canonica né insegue chissà quale dettame stilistico. TIME è un oggetto guidato dalla funzione.

Una capsula progettata dall’interno verso l’esterno, pensata come un manifesto per restituire a chi viaggia la risorsa più preziosa: il tempo.

2. Tesla, una sfida inedita

Da oltre trent’anni IED Torino porta avanti una tradizione. Ogni anno gli studenti realizzano una concept car in collaborazione con famosi e iconici brand come Pagani, oltre che con studi di design come Italdesign. Quest’anno però il partner si chiama Tesla.

La sfida non riguardava le linee della carrozzeria o la potenza del motore. Riguardava una domanda molto più profonda: cosa significa spostarsi quando non è l’utente a guidare?

Come ci hanno raccontato i responsabili del progetto, lavorare con i designer di Tesla si è rivelato un esercizio mentale prima ancora che progettuale. Alcune proposte stilistiche sono state rispedite al mittente perché ritenute “troppo convenzionali”. Un commento che nascondeva una verità precisa: il team stava ancora ragionando con i canoni dell’automobile tradizionale (cofano, ruote in evidenza, abitacolo separato) che in un veicolo autonomo perdono completamente senso.

3. Dall’interno verso l’esterno

TIME ha ribaltato il processo di design convenzionale. Invece di partire dalla silhouette esterna, tutto è avanzato dall’esperienza dell’utente verso l’involucro che la contiene. Gli interni non erano un dettaglio da rifinire alla fine: erano il cuore del progetto, il punto da cui ogni altra decisione ha preso forma.
La struttura esterna è cresciuta attorno alla vivibilità interna, sfruttando al massimo la piattaforma del veicolo per eliminare ogni spreco di spazio. Il team ha lavorato anche con un grande studio specializzato, per portare la ricerca oltre il digitale e restituire al processo una dimensione fisica e sensoriale.
Il risultato non è un’automobile nel senso tradizionale del termine, e non aspira a esserlo. È una capsula. Uno spazio che si muove con l’interazione tra uomo e auto che è stata completamente dematerializzata.

4. La 25ª ora

Il nome TIME non è casuale. Il tempo che passiamo in automobile è spesso tempo sottratto alla vita. Un veicolo a guida autonoma può trasformare questa equazione.

L’obiettivo è restituire all’utente la cosiddetta 25ª ora. E il riferimento al famoso romanzo di David Benioff, a cui ha fatto seguito un altro importante film di Spike Lee, non è assolutamente casuale. A bordo di TIME non si perde tempo nel traffico: lo si recupera. Lo spazio interno diventa un luogo personale e vissuto, un tempo che torna ad appartenere a chi viaggia.

5. Una mostra, non solo un prototipo

Per raccontare un processo così nuovo, esporre semplicemente il prototipo non era sufficiente. La soluzione è stata una mostra presso il Museo dell’Automobile di Torino.

La scelta della location è simbolica. Lo spazio di passaggio tra la sezione dedicata al design e quella dedicata alla mobilità del futuro. Un crocevia fisico che racconta perfettamente la posizione di TIME: tra ciò che è stato e ciò che verrà.

6. Gli studenti, i veri protagonisti

Al centro di tutto ci sono giovani designer provenienti da tutto il mondo. In un anno speciale, in cui IED compie 60 anni ed entra tra i primi 100 istituti di design al mondo, TIME dimostra che i risultati migliori nascono dal coraggio di porsi domande non scontate.

Davvero sappiamo già come sarà l’auto del futuro?

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