
Testo di Fabio Madaro
Il 2025 ha segnato un punto di svolta per le case automobilistiche europee. Secondo diverse analisi di settore, le tariffe imposte dagli Stati Uniti hanno portato a un costo visibile superiore ai 6 miliardi di dollari, con numeri che probabilmente sottostimano la realtà. Molti gruppi non hanno quantificato completamente l’impatto, nascondendo parte dei costi dietro strategie di prezzo e tagli operativi.
Volkswagen ha fornito la stima più chiara: 2,9 miliardi di euro persi negli ultimi nove mesi del 2025, con Audi a 1,2 miliardi, Porsche a 700 milioni e il marchio VW a 900 milioni. Arno Antlitz, direttore finanziario, ha chiarito che i dazi non sono temporanei, ma destinati a modificare strutturalmente il mercato: “I dazi sono qui per restare.”
Bmw e Mercedes-Benz hanno confermato pressioni simili. Bmw ha stimato un calo del margine EBIT dell’1,5%, pari a circa 1,4 miliardi di euro, mentre Mercedes ha visto il ritorno sulle vendite scendere dal 8,1% al 5%, citando tariffe, oscillazioni valutarie e minori volumi come fattori principali.
Stellantis ha subito un colpo di circa 1,2 miliardi di euro nel 2025 e prevede ulteriori 1,6 miliardi nel 2026. Volvo Cars, parte del gruppo cinese Geely, ha stimato un impatto netto di circa 107 milioni di dollari, parzialmente compensato da azioni per localizzare produzione. L’azienda svedese ha annunciato di rafforzare la fabbrica in South Carolina, con un nuovo modello ibrido previsto entro fine decennio.
Purtroppo le tariffe sembrano imporre una nuova filosofia: produrre dove si vende non è più un’opzione, ma una necessità per proteggere margini e ridurre rischi.
Il modello tradizionale di export europeo, specialmente dalle fabbriche di Messico e Canada, sta diventando insostenibile. Volkswagen, Bmw, Mercedes e Stellantis valutano di potenziare le capacità produttive negli Stati Uniti per ridurre l’esposizione ai dazi, ma ogni investimento dipende dall’eventuale concessione di agevolazioni.
Volkswagen ha avviato un piano di taglio dei costi a livello di gruppo, mentre Bmw sottolinea di essere ancora il principale esportatore di auto costruite negli USA. Oliver Blume, ceo VW, ha dichiarato: “Dobbiamo valutare caso per caso se il modello di business rimane redditizio. Per alcuni modelli potrebbe non esserlo più.”
L’effetto dei dazi non è solo economico: influenza fiducia degli investitori, piani di produzione e la capacità delle aziende di reagire a cambiamenti improvvisi. In un mercato globale condizionato da tariffe e tensioni politiche, la pianificazione diventa un esercizio di equilibrio.
Le aziende che riusciranno a localizzare produzione e ottimizzare costi avranno un vantaggio competitivo. Chi continuerà a esportare senza coperture tariffarie rischia invece di perdere redditività. I dazi, ormai parte della “nuova normalità”, stanno costringendo il settore a una riflessione strategica più profonda: la stabilità non è più garantita, e il mercato europeo dell’auto appare sempre più fragile davanti alle decisioni politiche, spesso miopi e discutibili, degli altri continenti.
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