
Testo di Federico Lanfranchi, fotografie Luca Danilo Orsi
Ci sono auto che hanno fatto la storia. Poi, racconti che hanno fatto diventare il mezzo un pezzo di storia. Come quella che stiamo per raccontare, quella di questa Jaguar Xj6, che è parte indissolubile di una nobile famiglia meneghina. Flashback al 1971, in una Milano inevitabilmente scossa dal tumultuoso 1968: anni difficili, di piombo e di rapimenti, in cui era meglio passare inosservati e tenere un profilo basso, ma che non hanno scoraggiato il signor Guido a recarsi in concessionario con un assegno di 4.810.000 lire per acquistare una vettura comoda, di rappresentanza e che potesse trasportare la sua famiglia senza problemi.

Anche se il suo cuore continuava a battere per le Lancia (appassionato com’era di meccanica e di automobili, lo si può comprendere) appena vide lei, la Jaguar XJ, si innamorò delle sue linee infinitamente tese ed eleganti: l’età avanzava, i figli crescevano e, forse, l’epoca delle auto sportive stava inesorabilmente prendendo la via del tramonto.
La passione per le inglesi, a dire il vero, il signor Guido l’aveva sempre covata, visto che, qualche tempo prima, il garage di famiglia aveva custodito per un po’ anche una Aston Martin Db4 comperata nuova fiammante nei primi anni 60: “roba da sciuri”, si direbbe all’ombra della Madonnina.
Quella coupé, però, non dovette mai far battere troppo forte il cuore dei suoi proprietari, perché al primo incontro con un commerciante che si mostrò interessato, nessuno esitò a cedergliela e firmare il passaggio di proprietà in quattro e quattr’otto. Per fortuna, la “nostra” Jaguar non ha avuto la stessa sorte: questa targa (rigorosamente nera) non ha mai registrato un cambio di proprietà ed è sempre rimasta della stessa discendenza.
Leonardo è il figlio del signor Guido, si definisce “un sentimentale conservatore” ed è anche l’attuale custode geloso della XJ: lo si capisce da come la guarda e la coccola, ma anche dalla cura che ha nello spogliarla dal telo griffato con il quale viene tenuta coperta quando non è libera di scorrazzare sulla strada.

Noi però questo giaguaro l’abbiamo risvegliato, e anche portato in giro per le strade milanesi in un’afosa notte d’estate. Come accennato, l’esemplare risale al 1971 e si tratta di un prima serie con motore a sei cilindri in linea, 142 cavalli di potenza e 2,8 litri di cilindrata. Lo sottolinea la targhetta al posteriore.
Durante la presentazione al Salone di Parigi del 1968, fra gli addetti ai lavori circolava voce che questa XJ (eXperimental Jaguar) sarebbe stata un vero flop di mercato: troppo simile alla serie precedente (la 420 G), fu battezzata come il modello che avrebbe affossato definitivamente la Casa di Coventry e nessuno scommise sul suo successo, anzi. Mai predizione si rivelò più sbagliata, perché l’ultimo esemplare dell’ultima serie uscì dalle catene di montaggio nel 2019, dopo oltre 50 anni di carriera.
A guardarla oggi, le linee della carrozzeria firmata da Sir William Lyons risultano essere ancora sontuose ed eleganti, con le cromature dei paraurti, delle calotte delle ruote e dei contorni dei vetri messe lì a sottolineare lo stile tipicamente britannico. L’emblema raffigurante un felino in corsa incastonato nella mascherina anteriore mette una certa soggezione, così come i due grossi badge posizionati alla base dei passaruota anteriori, a testimonianza di essere al cospetto di un’auto “importante” e scattante nello stesso tempo.

La nota più british che ci sia rimane però, sicuramente, l’interno: i sedili in pelle Connolly sembrano poltrone Chesterfield rubate da un aristocratico salotto londinese, mentre la plancia è un tripudio di radica, alluminio e strumenti Smiths, che la rendono molto simile a quella di un vecchio aereo Spitfire, piena di tasti e lancette.

Continuiamo a curiosare in abitacolo e, aprendo il cassettino porta guanti, restiamo a bocca aperta quando vediamo comparire nell’angolo sinistro del vano uno specchio, perfettamente inclinato verso il nostro volto e illuminato da una tenue lampadina a filamento: in un’epoca di monitor e led, questo ensemble di romanticherie fa riaffiorare ricordi in bianco e nero di visi femminili che, specchiandosi, controllano che il trucco sia a posto e il rossetto non abbia sbavature.
L’interno è rimasto quello originale del 1971, conservato in maniera impeccabile e con qualche inevitabile segno del tempo a renderlo ancora più affascinante. Si rimane stregati anche dal profumo di cuoio: misto alle note del legno e del tabacco, che probabilmente è stato consumato saltuariamente, pervade ogni angolo e aleggia come una fragranza gradevole, assolutamente non fastidiosa, che rende la permanenza a bordo ancora più stuzzicante.

È finalmente arrivato il momento di girare la chiave, mettere in moto e andare via: il signor Leonardo ci concede una serata insieme alla sua Jaguar. Usciamo dal garage e prendiamo confidenza con questa grossa berlina. La presenza del servosterzo, oltre a rendere agevoli le manovre, ci fa capire che siamo seduti a bordo di una versione full optional.

Dopo qualche minuto in cui abbiamo concesso al motore di scaldarsi e sgranchirsi a seguito del periodo di fermo piuttosto prolungato, tutto comincia a girare come deve: una volta raggiunta la temperatura d’esercizio, i due carburatori orizzontali SU Hd8 sembrano essere i direttori di un’orchestra in perfetta sintonia.
Non una sbavatura, non un’indecisione che faccia tentennare il sei cilindri, che ora è davvero una melodia. Sornione ai bassi giri, si trasforma in felino pronto a graffiare a ogni affondo del piede destro e si dimostra sempre pronto a spingere la vettura veloce sulla strada. Nonostante la stazza di oltre 1600 kg, i 142 cavalli del propulsore made in Coventry risultano essere molto elastici e non fatichiamo a credere che la velocità massima raggiungibile sia di poco superiore ai 190 km/h.
Abbiamo finalmente raggiunto le vie del centro di Milano, cuore pulsante di una città capace di non dormire mai, dove Giulio, il figlio del signor Leonardo e futuro custode della Jaguar, ha imparato a guidare tenendo fra le mani proprio lo stesso volante che adesso stiamo impugnando noi.

Ce lo immaginiamo, “pischello” con il foglio rosa nel portafoglio, mentre scorrazza per le vie del centro con la macchina del papà, che prima ancora è stata del nonno: una sorta di sancta sanctorum per ogni diciottenne di buona famiglia appassionato di automobili. “Anche se Giulio preferisce i modelli più moderni”, ci ha confidato papà Leonardo, “ha un particolare amore e trasporto verso la Xj6 perché, oltre a essere da sempre nella nostra casa ed essere stata la sua prima auto, è anche il mezzo che l’ha accompagnato in uno dei giorni più importanti della sua vita: il matrimonio”.
Guardiamo l’orologio al centro della plancia, che dopo 53 anni non perde un colpo: notiamo che si è fatto tardi e non vorremmo far aspettare troppo il legittimo proprietario. È un peccato che il tempo scorra così veloce in certe situazioni, perché ci si sente davvero bene su questa regina di stile fra le vie del cosiddetto Quadrilatero della moda.
Dopo qualche decina di minuti passati sui vialoni della città quasi deserta, vediamo il signor Leonardo in lontananza, che pronto ci apre il cancello del garage appena la sagoma dei quattro fari tondi della Xj6 entra nel suo campo visivo: avvicinandoci, leggiamo nei suoi occhi innamorati la felicità di rivederla in tutta la sua bellezza.
Una volta parcheggiata, attendiamo assieme a lui che si raffreddi prima di coprirla nuovamente, non senza averla spolverata con un piumino vintage: “Sto insegnando le stesse mosse anche al mio nipotino di tre anni”, chiosa Leonardo, che nel frattempo ci racconta ancora qualche aneddoto. Tipo: “Mi ricordo quando mio papà partiva con questa macchina per andare a Udine, dove aveva degli affari. All’epoca l’autostrada non era quella di oggi, alcuni tratti erano interrotti e si doveva percorrere la vecchia provinciale: aveva una folle paura che qualche fusibile lo tradisse e lui restasse a piedi proprio là, in mezzo al nulla”.
In effetti, il riconosciuto tallone d’Achille delle auto inglesi è da sempre l’impianto elettrico, accusato di impazzire improvvisamente e indipendentemente dal marchio e dal modello. Ma, per nostra fortuna, in questa calda notte d’estate tutto è andato magicamente alla perfezione.
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