Ultimo aggiornamento  09 dicembre 2022 16:45

Europa e Usa: addio alle batterie cinesi dal 2030?

Tommaso Marcoli ·

La “dipendenza” dalle batterie prodotte in Cina che affligge il comparto delle auto elettriche in Europa e negli Stati Uniti d’America potrebbe sensibilmente ridursi già nei prossimi anni. Non si tratta di un’ottimistica suggestione, ma del risultato di un’analisi elaborata da Goldman Sachs e rilanciata dalle autorevoli pagine del Financial Times.

Secondo quanto rilevato dalle ricerche della banca d’affari, Europa e Usa avrebbero modo di escludere totalmente le importazioni di accumulatori per automobili entro il 2030 e nel breve e medio periodo di limitarne i volumi a un ritmo difficilmente ipotizzabile solo fino a qualche anno fa.

Quattro punti chiave

L’analisi propone un vero e proprio prospetto finanziario d’investimento che, secondo Goldman Sahcs, permetterebbe ai due blocchi occidentali di privarsi delle forniture in arrivo dall'Asia. Nel dettaglio, il piano si articolerebbe in quattro step: 78,2 miliardi di dollari per le batterie vere e proprie; 60,4 per la componentistica; 13,5  per le estrazioni di litio, nichel e cobalto; 12,1 per la raffinazione delle materie prime. Totale: 160 miliardi dollari.

Una cifra che, complessivamente, è di molto inferiore alla somma degli investimenti previsti dalle Case auto per affrontare l’elettrificazione. La difficoltà di un piano così ambizioso non è dovuta tanto alla sostenibilità economica quanto alla sensibilità politica a riguardo. La produzione di accumulatori è ormai un’attività industriale strategica e richiede l’intervento delle istituzioni per poter scrivere le norme che tutelino le industrie nazionali e sfavoriscano l’importazione da aree geografiche diverse.

Materie prime

Altro punto fondamentale resta l’impegno a favorire le attività di ricerca e sviluppo, indispensabili per poter individuare soluzioni innovative e accessibili a fronte della scarsità di materie prime. Una condizione, quest’ultima, che riguarda in modo particolare l’Europa che nel sottosuolo non ha abbondanza di “terre rare” indispensabili per produrre le batterie per automobili.

Per contrastare tale carenza, secondo molti analisti, si dovrebbe costituire un consorzio europeo che si occupi di "aggredire" il mercato (che vale 250 miliardi di dollari) favorendo anche in questo caso la produzione interna che sarebbe essenzialmente basata su riuso e ricerca. Il Vecchio Continente dovrà ottimizzare le pratiche di riciclo per estrarre dagli accumulatori esausti le materie prime da riutilizzare. Una “miniera” a cui attingere e che potrebbe permettere all’Europa di conquistare un posto di primaria importanza nella produzione di batterie per veicoli.

Quanto agli studi futuri, è evidentemente un fattore chiave per un cambio di scenario perché porterebbe alla possibilià di utilizzo di nuove componenti chimiche in grado di migliorare autonomia e ridurre i tempi di ricarica oltre ad abbattere l’impatto ambientale vista l’assenza di un’attività estrattiva nel processo di produzione. 

Il tutto in attesa di un ulteriore punto di svolta - decisivo per una più completa diffusione dell’automobile elettrica - che potrebbe essere rappresentato dalla tecnologia allo “stato solido”.

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