Ultimo aggiornamento  29 novembre 2022 19:26

La regina.

Elisa Malomo * ·

Coupé o spider, bianco o nero. Sessanta e più anni fa la presentazione della E-Type alla stampa al Salone di Ginevra del 1961 è un successo, ma Sir William Lyons, fondatore di Jaguar, pensa che i due esemplari coupé esposti alla rassegna svizzera non sarebbero bastati l’indomani a stupire il grande pubblico. Per cui telefona al quartier generale di Coventry strillando “convincete Dewis, ovunque sia, a mollare tutto e portare qui la E-Type scoperta”.

Il primo capitolo della storia della E-Type inizia così, in una fredda notte di marzo, con una corsa forsennata dalle Midlans britanniche a Ginevra: un viaggio di quasi mille chilometri percorsi in sole 11 ore, a una velocità media di 110 chilometri orari. Al volante della roadster nuova di zecca il capo-collaudatore Jaguar Norman Dewis, che arriverà all’evento svizzero con venti minuti di anticipo, il tempo necessario per preparare la sportiva a un debutto in grande stile. Enzo Ferrari, conosciuto anche per il suo essere poco incline ai complimenti, dirà della inglese: “È l’auto più bella mai costruita”. Verrà venduta in 70mila esemplari in 14 anni, grazie anche a un prezzo più contenuto rispetto a concorrenti con prestazioni analoghe: in Italia, al momento del lancio, per averla servivano circa 4,8 milioni di lire contro i 5,5 di una Ferrari 250.

Mai prima di allora un’auto aveva suscitato tanto interesse. Forse perché sembrava venire dal futuro: un cofano lunghissimo contrapposto alla coda rastremata e delle linee ellittiche a metà fra quelle del corpo di un felino e quelle di un jet militare. Anche il telaio monoscocca, in sostituzione di quello a longheroni e traverse delle sue antenate, faceva della E-Type una rivoluzione a tutti gli effetti. Dietro quelle forme il genio di Malcolm Sayer, ingegnere aeronautico autore delle C-Type e D-Type, prime vetture da corsa Jaguar a vincere Le Mans.

Bella creazione

Sulla E-Type ci sono altri due elementi significativi di ingegneria automobilistica: freni a disco servoassistiti sulle quattro ruote e una sospensione posteriore indipendente montata sul telaio secondario, utilizzata su ogni Jaguar da quel momento fino alla metà degli anni ’80. Come le più belle creazioni, però, aveva anche dei difetti, attutiti poi nella seconda (1969) e terza serie (1971), come il cambio, gli spazi di frenata lunghi e i sedili poco avvolgenti.

Le prestazioni della E-Type erano quelle di un missile. Sotto l’ampio cofano, il propulsore era quello già visto sulla XK150 S, un sei cilindri in linea da 3.8 litri che, negli anni ’50, aveva portato la Casa inglese a conquistare cinque vittorie sul Circuit de la Sarthe. I 268 cavalli di potenza riuscivano a portare la vettura a 242 chilometri orari, che diventarono 256 con al volante il pilota Paul Frère. Altro giro, altro record: era appena nata l’auto di serie più veloce del mondo.

Sul mercato americano

Per adeguarsi al pubblico e alle norme statunitensi, la E-Type del 1969 perse potenza, acquistando però in efficienza meccanica e comfort grazie a nuovi freni e sedili dotati di poggiatesta e schienale regolabile. Ma le linee originali erano state ormai compromesse con fari, indicatori di direzione e paraurti maggiorati e altre soluzioni estetiche lontane da quelle che otto anni prima sbalordirono al Salone di Ginevra. Nel 1971, la frase “Jaguar Unlocks the Ultimate Cat” accompagnò, non senza lo sgomento degli appassionati, la terza e ultima serie. Ed era con un V12, 5.343 centimetri cubici di cilindrata da 272 cavalli – il primo motore Jaguar interamente nuovo dal 1948 – che l’E-Type si ritirò dalle scene.

È stata l’auto di Steve McQueen, Brigitte Bardot, Frank Sinatra. Tuttavia, se la si incontra per strada, viene da dire: “È quella di Diabolik”, l’eroe del fumetto noir nato nel 1962 dalle menti delle sorelle Angela e Luciana Giussani. La sua era la versione speciale con tetto chiuso, dotata di gadget fuori dall’ordinario. La livrea era nera come la notte, il momento in cui agiva mentre tutti dormivano, insieme alla compagna Eva Kant, proprietaria di un’altra E-Type. Verniciata però di bianco.

*Articolo pubblicato su l'Automobile 40, maggio 2020

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