Ultimo aggiornamento  05 dicembre 2022 19:38

Alpine A110, il lampo blu.

Angelo Berchicci * ·

Quando si pensa alla Francia popolare del secondo dopoguerra vengono in mente utilitarie come la Citroën 2 CV o la Renault 4. Meno scontata è l’associazione con una piccola e leggera sportiva, realizzata da un’azienda semiartigianale: l’Alpine A110. Eppure, la “berlinette” – che nel 2022 spegne 60 candeline con un marchio rinato – incarna le ambizioni, le speranze e le delusioni di un’intera generazione di francesi, forse anche meglio delle grandi vetture coetanee di popolo.

La prima al Salone di Ginevra

L’Alpine A110 viene presentata al Salone di Ginevra del 1962. Non è un momento qualsiasi, anzi si può dire che la Francia come la conosciamo oggi nasca quell’anno: dopo una lunga guerra, l’Algeria proclama l’indipendenza, mentre il Presidente Charles de Gaulle riesce a far approvare con un referendum l’elezione diretta del capo dello stato. Sulla scena arrivano le nuove generazioni, che chiedono alla nazione di chiudere i conti con il passato coloniale e di concentrarsi sulla ripresa economica. Tra queste giovani leve c’è Jean Rédelé, divenuto titolare di una concessionaria Renault a soli 24 anni, ma soprattutto preparatore e pilota che nel 1955 aveva deciso di fondare a Dieppe (nell’alta Normandia) una propria azienda di vetture sportive, ottenendo l’appoggio del designer italiano Giovanni Michelotti. Per la neonata Alpine lo stilista firma la A106 cabrio, la A108 e infine la A110, che farà conoscere al mondo il nome del costruttore.

La formula è quella di una coupé a due posti con carrozzeria in fibra di vetro dalla forma affusolata, telaio portante in acciaio e meccanica della Renault 8. Si parte con un motore posteriore da 950 centimetri cubici e 50 cavalli, ma negli anni il propulsore cambierà più volte, per arrivare al culmine dello sviluppo a un 1.8 da 170 cavalli, riservato alle corse. Le buone prestazioni rese possibili da una massa contenuta in soli 650 chili, l’ottima trazione e la grande maneggevolezza la rendono l’arma perfetta per i sempre più seguiti rally.

Il colore delle corse

Appena nata, la A110 viene vestita con la tipica livrea blu delle auto da corsa francesi e buttata in mezzo agli sterrati delle principali competizioni nazionali ed europee, trovandosi spesso a fare da “nave scuola” a futuri nomi di rilievo, come Emerson Fittipaldi e Jean Todt (in qualità di navigatore). Le vittorie contro avversarie più quotate – le Lancia Fulvia HF ufficiali e le potenti Porsche 911 – convincono Renault a fornire un crescente appoggio finanziario all’azienda di Dieppe. I risultati si materializzano nel 1971, quando le Alpine-Renault monopolizzano il podio del Rally di Monte Carlo e conquistano il Campionato internazionale costruttori, istituito dalla Fia l’anno prima.

Il successo è destinato ad assumere dimensioni indimenticabili nel 1973: le berlinette blu dominano la prima edizione del Campionato del Mondo Rally, e sbancano nuovamente un Monte Carlo reso ostico dalla neve caduta poche ore prima della partenza. Il 1973 segnerà l’apice della parabola Alpine, e anche delle speranze di crescita ininterrotta della generazione di Rédelé. La prima crisi petrolifera si abbatte come una doccia fredda sui paesi occidentali, portando austerità e stagnazione. Per un marchio di auto sportive come Alpine si traduce in un crollo delle vendite, causato anche da una certa anzianità della A110, che in gara fatica a tenere testa alle modernissime Lancia Stratos.

Sotto controllo di Renault

Rédelé è quindi costretto a cedere il controllo dell’azienda a Renault, la quale decide di tenere in vita la A110 fino al 1977, quando la vettura esce di scena dopo oltre 8mila esemplari prodotti.

L’anno successivo anche Rédelé lascia la dirigenza dell’Alpine, dopo aver strappato a Renault la promessa di non licenziare per almeno 15 anni i propri dipendenti. Una storia che 60 anni fa ha contribuito a far uscire la Francia dalle nebbie del dopoguerra, con un lampo blu.

*Articolo pubblicato su l'Automobile 58, gennaio 2022

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