Ultimo aggiornamento  03 ottobre 2022 03:18

Luce Verde

La mia Africa.

Antonio Vitillo * ·

Questa è una storia di 70 anni fa, viaggio in un mondo che non esiste più. In un’Africa ancora oppressa dal colonialismo delle grandi potenze europee: Francia, Gran Bretagna ma anche Belgio e Portogallo, paesi che nel giro di dieci anni avvieranno la decolonizzazione di un intero continente, chiudendo a fatica un periodo storico oscuro.

Questa storia però parte dall’Italia. È il novembre del 1951 quando la Fiat di Vittorio Valletta decide il lancio in grande stile della Campagnola, il fuoristrada ideato da Dante Giacosa e prodotto dalla Casa torinese per sostituire le vecchie Jeep lasciate dagli alleati e ancora in dotazione all’esercito italiano. Per la promozione si organizza un’impresa spettacolare: la traversata dell’Africa da Algeri a Città del Capo e ritorno, un raid molto popolare all’epoca. Dalla fine degli anni ’40 e per tutto il decennio successivo, infatti, il grande interesse per il turismo automobilistico in Africa alimenta e produce spedizioni verso le mete più sperdute. E sul piano sportivo si organizzano i grandi raid continentali, le competizioni di regolarità e di velocità per andare a caccia di record.

Le auto e l’equipaggio

L’idea è quella di provare a battere il tempo di percorrenza nel ritorno da Città del Capo ad Algeri, che era di 13 giorni 15 ore e 45 minuti. L’equipaggio è composto da Paolo Butti, pilota esperto che l’anno precedente a bordo di una Jeep Vagonetto aveva vinto sullo stesso percorso chiamato Rally Méditerranée – Le Cap. Al suo fianco Domenico Racca, collaudatore Fiat che non era mai stato in Africa ma conosceva perfettamente il fuoristrada essendo tra gli artefici della messa a punto del prototipo di Giacosa. Al gruppo, nel viaggio di andata si uniscono la moglie del pilota Maria Pia Butti e il cineoperatore Aldo Pennelli, che per l’Istituto Luce ha l’incarico di filmare il tutto. Per l’impresa vengono preparate due vetture identiche, due Fiat Campagnola AR 51, 4 cilindri 1.900 benzina, con motore da 52 cavalli. Una per l’andata e l’altra per tentare il record al ritorno.

I modelli sono allestiti con carrozzeria chiusa in lamiera, due vetri fissi laterali e portiera posteriore con vetro diviso, lo sbalzo posteriore leggermente più lungo in modo da aumentare la volumetria interna. Vengono aggiunti tre fari supplementari di profondità, un solido portapacchi sul tetto destinato al carico di taniche di carburante, attrezzi e ricambi. Gancio traino e rimorchio servono sulla Campagnola nel primo viaggio per il trasporto dell’attrezzatura cinematografica. Durante l’andata, 52 giorni fra soste forzate per alluvioni e rotture, tutti i difetti rilevati vengono analizzati e inviati, via telegrafo, alla concessionaria Fiat di Città del Capo per aggiustamenti e modifiche da apportare all’auto per il ritorno.

21 gennaio 1952, ore 6

Butti e Racca partono da Città del Capo alla volta di Algeri alle ore 6.00 di lunedì 21 gennaio 1952. Verso le 23.15 raggiungono Johannesburg con una media altissima per i tempi, 96,6 chilometri orari a una velocità massima di 100. Arrivati a Pretoria incomincia a piovere e la strada diventa a tratti fangosa. Il giorno dopo, martedì 22, alle 7.00 l’auto arriva al confine con la Rhodesia, oggi Zimbabwe. A causa del carburante sporco e di una foratura accumulano un po’ di ritardo rispetto al previsto: superata Livingstone, la grande pioggia trasforma le piste in corsi d’acqua. L’equipaggio arriva a Elisabethville nel Congo Belga (oggi Lubumbashi nella Repubblica Democratica del Congo) con 40 ore di anticipo sulla tabella di marcia avendo percorso circa 4mila chilometri. Il fuoristrada viene portato presso l’officina per sistemare la ruota forata, fare rifornimento e cambiare l’olio. Giovedì 24, alle 17.00 si raggiunge Kabinda e dopo 5.260 chilometri di viaggio e una breve sosta si riparte, ancora di notte. Nella zona dei fiumi ci sono alcune traversate in traghetto, alla fine solo in Congo se ne effettueranno ben sedici. Alle 19.00 di venerdì 25 si arriva alla base di Stanleyville (oggi Kisangani) sempre in Congo, dove l’auto è portata in officina e l’equipaggio ne approfitta per dormire qualche ora.

Alle 22.00 di sabato 26, dopo 7.683 chilometri percorsi, la Fiat Campagnola giunge a Bangassu. Superata la dogana con il Congo si entra nell’Africa Equatoriale Francese (AEF), oggi Repubblica Centrafricana. Davanti 1.300 chilometri di strada dissestata con temperature fino a 55 gradi e difficoltà a reperire acqua. Domenica 27 alle ore 23.00 e dopo 9mila chilometri, si arriva a Fort Lamy (oggi N’Djamena) in Ciad al confine con il Camerun. Lunedì 28 si parte alle 4.00 del mattino giungendo a Kano in Nigeria verso le 19.00. Dopo aver viaggiato tutta la notte su piste desertiche si arriva a Agadez verso le 13.00 di martedì 29 avendo percorso 11mila chilometri. Il meccanico Racca si occupa di sistemare l’auto e a tarda sera si riparte, tra mille difficoltà, per essere verso le 23.00 e dopo 510 chilometri all’oasi di In Guezzam in Algeria. Il giorno dopo, mercoledì 30, si riparte all’alba, arrivando a Tamanrasset alle 14.00 nonostante l’andatura lenta a causa della sabbia finissima. Dopo la dogana e un pieno di benzina, la Campagnola si rimette in marcia nel pomeriggio, alle spalle la parte più dura del deserto. Verso le 23.00 l’arrivo ad Arak dopo 12.380 chilometri percorsi. Superato il villaggio l’auto rimane impantanata in un canale pieno d’acqua: sabbie mobili. Giovedì 31 gennaio in piena notte e senza aiuto Butti e Racca tirano fuori l’auto da soli mettendo sotto le ruote quello che hanno a disposizione: le tavole delle cassette dei ricambi, i cuscini, il materasso della brandina, perfino gli indumenti. Zuppi e infreddoliti ripartono verso il massiccio dell’Ahaggar, 2mila metri di altezza. Dopo aver spostato alcuni massi franati sulla pista e superato un altro impantanamento, l’auto sprofonda in acqua nel tentativo di guadare un torrente. Lo spinterogeno è bagnato e il motore non riparte. I due con l’aiuto di un locale lavorano a lungo immersi nell’acqua, per costruire due rampe di fortuna con le pietre disponibili. Butti accusa un malore. Alla fine riescono, la Campagnola esce fuori dal guado e alle ore 12.00 arriva all’oasi di In Salah. La zona per Fort Miribel (Hassi Chebaba) è tutta allagata ma, grazie all’aiuto di una carta topografica, passando nei punti più alti il fuoristrada riesce ad evitare altri guai arrivando a destinazione. Poco dopo incontra il furgone dell’assistenza Fiat mandato in soccorso da Algeri, visto il ritardo della spedizione. A notte fonda l’equipaggio arriva all’oasi di El Golèa dopo 13.195 chilometri percorsi. Qui vengono accolti dal comandante dell’oasi, che consegna a Butti la Croce del Genio Sahariano. Dopo una breve sosta sono di nuovo in viaggio.

Il traguardo

Alle 7.00 del primo febbraio arrivano a Laghouat, a 450 chilometri dal traguardo. Il tempo è brutto e piove, è il momento in cui l’operatore Aldo Pennelli si riunisce all’equipaggio per filmare l’arrivo. La neve sul passo del piccolo Atlante, ultimo ostacolo sulla strada di Algeri, viene sgombrato per tempo dai trattori Fiat. Alle ore 12.54 Racca e Butti tagliano il traguardo di Algeri. Vengono accolti da una folla festante mentre il cronometrista dell’Automobile Club francese fissa il tempo record di 11 giorni 4 ore e 5 minuti, battendo di 2 giorni, 10 ore e 51 minuti quello precedente. Da Città del Capo ad Algeri il fuoristrada avrebbe percorso 14.193 chilometri, stando alle mappe dell’epoca, 15.256 chilometri secondo il contachilometri.

Settant’anni anni dopo, il raid vinto dalla Fiat Campagnola e dal suo equipaggio è un bel ricordo. E sempre un pezzo di storia dell’automobilismo sportivo.

Articolo pubblicato su l'Automobile numero 58 gennaio 2022

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