Ultimo aggiornamento  28 novembre 2022 01:30

Quei compensi milionari dei top manager.

Francesco Paternò ·

Il presidente di Stellantis John Elkann ha spiegato così agli azionisti riuniti ad Amsterdam perché ritiene giusto che per il 2021 siano pagati 19 milioni di euro all’amministratore delegato Carlos Tavares, nonostante i mal di pancia del governo francese (“non è normale”, detto da socio del gruppo al 6,1%) e il voto contrario del 52% dell’assemblea, consultivo e non vincolante: “Nella meritocrazia il criterio della performance è elemento fondamentale della nostra politica”.

Da Tavares a Diess a Barra

Mettendo da parte (con qualche fatica) ragioni di etica e di momento storico, Tavares in effetti ha prodotto grandi numeri, portando profitti al gruppo anche nell'epoca più buia del Covid e dunque rispettando in pieno il criterio meritocratico. Però quel che nemmeno Elkann può mettere da parte - ed è forse stato il piatto indigeribile per la maggioranza degli azionisti del gruppo - è che Tavares incassa 19 milioni per un gruppo con ricavi pari a 152 miliardi di euro mentre per fare un paragone Herbert Diess, suo omologo al gruppo Volkswagen, ha avuto nel 2020 (in attesa della deliberazione dei soci sul 2021) un compenso di circa 8 milioni di euro per ricavi pari a 250 miliardi di euro l’anno scorso.

E attenzione, tutto il mondo è paese come dicevano già gli antichi romani: nel 2020 il ceo di Gm Mary Barra ha avuto una remunerazione di 23,7 milioni di dollari (quasi 22 milioni di euro) a fronte di ricavi del gruppo pari a 127 miliardi di dollari (quasi 117 miliardi di euro). Gli azionisti non hanno alzato la voce, segno che il do ut des funziona bene così.

Nella Francia in campagna elettorale

Tavares incasserà i suoi 19 milioni senza altri problemi in una Francia in piena campagna elettorale, dove il presidente uscente Emmanuel Macron è un ex banchiere di Rothschild e la sfidante Marine Le Pen difficilmente userebbe il suo populismo contro un campione nazionale dell’industria nel caso clamoroso vincesse al secondo turno. Entrambi hanno definito il compenso "scioccante", ma è chiaro che hanno altro cui pensare in questo momento.

Anche se va ricordato che in Francia nel febbraio del 2017 il presidente di Renault e dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi Carlos Ghosn fu costretto da Macron, all’epoca ministro dell’economia con lo stato francese azionista al 15% di Renault, a ridurre lo stipendio del 30% per la gestione del solo gruppo francese dopo polemiche mondiali sui suoi doppi e splendenti compensi.

La trattativa con Macron

Ghosn cedette anche sull’imposizione del governo di nominare un successore (Thierry Bolloré, oggi ceo di Jaguar Land Rover) in cambio però di un terzo rinnovo del suo mandato per altri quattro anni (lui ne aveva quasi 64) fino al 2022. Le cose sono andate poi diversamente con il suo arresto in Giappone nel novembre del 2018 e con la fine del suo impero. Ma nello scontro con Macron, il top manager allora rimase in piedi anche grazie al criterio meritocratico sottolineato oggi da Elkann: nel 2017 aveva chiuso un bilancio record con +17,4% di utili operativi e per la prima volta guadagnato la leadership mondiale nelle vendite per Renault-Nissan-Mitsubishi con 10,6 milioni di veicoli.

I rivali contestarono che nel conteggio finale Ghosn aveva fatto includere le vendite di AvtoVaz, la società russa controllata dal gruppo francese per due terzi ma non al 100%. Questioni di lana caprina allora, bomba a orologeria oggi per la proprietà e per il management francesi: AvtoVaz è a rischio di confisca da parte del governo di Mosca, sulla scia dell’altra guerra delle sanzioni con l’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.

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