Ultimo aggiornamento  28 novembre 2021 18:28

Matra Simca Rancho, il suv prima del suv.

Massimo Tiberi ·

Suv e crossover rappresentano oggi gran parte del mercato automobilistico mondiale e la trasversalità di genere è ormai un riferimento acquisito nella progettazione di nuovi prodotti. Ma negli anni Settanta, quando questi termini non erano ancora entrati nel vocabolario delle quattro ruote, soltanto vetture come la Jeep Wagoneer o la Range Rover avevano superato lo schema delle fuoristrada dure e pure con accenti alto di gamma e cilindrate importanti, mentre le piccole Mini Moke o Citroen Mehari svolgevano un ruolo di nicchia da simpatici mezzi per un utilizzo molto circoscritto.

In questo quadro si colloca l’originale proposta della francese Matra (Mécanique Aviation Traction), azienda tecnologicamente all’avanguardia, eclettica che spazia dai missili alla Formula 1 e alle sport plurivittoriose a Le Mans, oltre che capace di creare modelli anticonformisti come le coupé M530 e Bagheera. Nasce così la Rancho, una crossover ante litteram, che strizza l’occhio alla Range puntando però ad una inferiore complessità tecnica, a maggiori economie e quindi ad un pubblico meno elitario, facendo comunque della praticità e della polifunzionalità i suoi cavalli di battaglia.

Versatile e tosta

Consolidando un rapporto che già aveva dato vita alla Bagheera, la casa di Romorantin sceglie la base della Simca 1100, in versione pick-up, per realizzare un’auto all’epoca completamente al di fuori degli schemi: senza l’ambizione di cimentarsi in percorsi off-road impegnativi, scontando il limite della sola trazione anteriore, ma offrendo grande versatilità d’impiego e possibilità di sopportare qualche strapazzo.

Presentata al Salone di Ginevra del 1977, la Matra Simca Rancho si distingue anzitutto nell’impatto estetico, un mix riuscito di componenti diverse al quale ha lavorato un designer particolarmente creativo, il greco di Salonicco Antonis Volanis, futuro autore anche della Renault Espace. La carrozzeria di medie dimensioni (lunghezza 4,32 metri), in lamiera e materiali plastici, riprende nella parte anteriore la fisionomia della Simca 1100 che si unisce ad un posteriore squadrato e rialzato, un po’ wagon e un po’ furgone, con grandi superfici vetrate che rendono luminoso un abitacolo ampio per 4/5 persone.

Alle due portiere si aggiunge un portellone sdoppiato, con ribaltina, per l’accesso ad un capiente vano di carico, trasformabile anche in zona letto a sottolineare la vocazione di una vettura pensata per muoversi in libertà. Robusti paraurti, protezioni laterali, codolini, fari supplementari sul frontale e barre sul tetto, oltre alle ruote da 14 pollici e all’assetto contribuiscono a dare almeno un tono da fuoristrada. Di carattere utilitario l’allestimento interno, che bada alla sostanza e offre dotazioni nella norma.

Mezzo pesante

La meccanica riprende quella ben collaudata del modello di derivazione con sospensioni tutte indipendenti a barre di torsione, impianto frenante misto servoassistito e sterzo a cremagliera, adottando però un motore di 1.400 centimetri cubici, sempre Simca della 1308 GT, accoppiato ad un cambio a 4 marce dai rapporti ridotti. La potenza non esuberante di 80 cavalli, il peso di circa 1.200 chili e l’aerodinamica penalizzata dalla forma consentono alla Rancho una velocità massima di poco superiore ai 140 chilometri orari con consumi soltanto discreti.

Nel corso della carriera numerose sono le varianti speciali a tiratura limitata, fra le quali la Grand Raid più connotata in chiave off-road, mantenendo sempre la trazione anteriore ma con verricello, fari aggiuntivi sui montanti del parabrezza, ruota di scorta sul tetto e, optional, il differenziale autobloccante.

A partire dal 1979, con l’assorbimento della Simca nel gruppo PSA, il nome cambia in Talbot Ranch e la produzione si interrompe nel 1984, dopo oltre 56mila unità (poche arriveranno in Italia): un risultato tutt’altro che disprezzabile per la Matra.   

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