Ultimo aggiornamento  24 ottobre 2021 04:52

Giovanni Michelotti, il genio italiano.

Massimo Tiberi ·

Fra i protagonisti della grande stagione dei carrozzieri e degli stilisti italiani, Giovanni Michelotti non ha avuto la visibilità di Giugiaro, Pininfarina o Bertone, ma il suo lavoro non è stato certo da meno come testimonianza di straordinaria creatività. Restando sempre libero e rifiutando i legami esclusivi, il designer torinese ha potuto esprimersi con una quantità e qualità di idee che comunque hanno profondamente influenzato la produzione automobilistica a livello internazionale, seguendo un percorso trentennale concretizzatosi nelle proposte per oltre un migliaio di modelli, molti realizzati su scala industriale, dalle utilitarie alle sportive di massimo prestigio.

Una mostra dedicata

Importante quindi la mostra, curata da Giosuè Boetto Cohen e dal figlio Edgardo, che presso il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino celebra a partire da oggi, e fino al 9 gennaio 2022, il centenario della nascita di un eclettico freelance animato dalla forte passione che ne ha segnato la vita professionale.

Dopo le prime esperienze come giovanissimo apprendista negli Stabilimenti Farina del fratello maggiore di Pinin, Giovanni Michelotti avvia negli anni Cinquanta la propria autonoma attività aprendo un atelier dal quale nasceranno prototipi e fuoriserie ma che soprattutto stabilirà rapporti con i carrozzieri più affermati e con tanti costruttori a lui legati per alcune delle loro vetture più significative.

Maestro internazionale

Lunga la collaborazione con la britannica Triumph, già con la piccola Herald del 1959 e poi con spider celeberrime come la Spitfire o la TR4, per proseguire con le sobrie ed eleganti berline sei cilindri di fascia superiore, la cabriolet Stag e la Dolomite degli anni Settanta.

Decisivo l’incontro con la Bmw, che accompagna il rilancio della casa bavarese con la compatta 700 seguita dalle medie Neue Klasse e dalle ammiraglie 2500/2800, definendo uno stile che sarà l’impronta del marchio. Anche l’olandese Daf deve a Michelotti l’immagine delle sue originali auto con cambio Variomatic, mentre con la Fuji e la Hino il designer italiano stabilisce un inedito ponte, siamo nel 1960/62, con il mondo giapponese.

Le altre collaborazioni

Dal sodalizio con la Vignale nascono una le belle interpretazioni della Ferrari 212 Inter, le cabriolet Lancia Appia e Flavia, la Maserati Sebring, esempi di fascino sportivo senza mai eccedere nel superfluo. La capacità di adeguarsi a qualsiasi committente o di dare libero sfogo alla inventiva spazia nel tempo, tanto per ricordare qualche tappa, dalla aggressiva Alpine A108 alla familiare Anglia Torino della OSI, rivisitazione di una bestseller della Ford  europea, alle “spiaggine” su meccanica Daf come la Kini e la Shellette.

La firma di Michelotti non sempre è in evidenza, ma nei saloni internazionali non mancano i suoi stand e si possono ammirare gli esercizi, gli esemplari unici anche sui telai più raffinati: non solo Ferrari e Maserati, ma Osca, Jaguar, Matra, Ford Mustang. Un impegno estremamente prolifico e per certi versi unico nella pur vasta eccellenza nazionale nel campo dello stile in quel periodo indimenticabile.

La carriera si interrompe prematuramente nel 1980, lasciando un’eredità oggi storicamente importante e un patrimonio di disegni, foto, documenti e progetti che il figlio Edgardo custodisce con cura nell’archivio intitolato al padre.

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