Ultimo aggiornamento  24 ottobre 2021 05:59

“Bubba” Wallace Jr, una vittoria sui pregiudizi.

Paolo Borgognone ·

Per la seconda volta nella storia della corse automobilistiche americane, un pilota afro americano si è aggiudicato una gara della serie Nascar. E’ successo nella notte tra lunedì e martedì alla “YellaWood 500” disputata sullo Superspeedway di Talladega, Alabama. A passare per primo sotto la bandiera a scacchi dopo 104 giri – ne erano previsti 188 ma a causa della pioggia battente la competizione è stata accorciata per motivi di sicurezza – è stato Darrell “Bubba” Wallace Jr, 27 anni di Mobile, anch’essa in Alabama.

A festeggiare il vincitore ai piedi del podio c’era tutto il suo team, il 23X1 Racing, per il quale correva per la prima volta. La scuderia è di proprietà di Denny Hamlin – a sua volta pilota, in pista a Talladega e settimo al traguardo - e del grande ex campione di basket, soprattutto con la maglia dei Chicago Bulls, Michael Jordan. Dopo la gara, Wallace ha trattenuto a stento le lacrime quando gli è stato chiesto se si rendesse conto dell’importanza del suo successo: "Non penso mai a queste cose - ha risposto nell’intervista post premiazione alla rete Nbc - ma quando lo dici così, ovviamente l’ emozione è enorme, per me, la mia famiglia, gli amici e i fan. È dannatamente bello".

In prima linea

L’anno passato “Bubba” Wallace è salito agli onori della cronaca per aver indossato, dopo una corsa, una maglietta con le parole “I Can’t Breathe”, le stesse pronunciate da George Floyd prima di essere ucciso dalla brutalità della polizia a Minneapolis: un omicidio che ha scatenato la protesta del movimento “Black Lives Matter”, da allora attivo in tutto il mondo per chiedere la fine del razzismo e predicare la uguaglianza.

Dopo quel gesto Wallace – che ha spesso denunciato di essere stato discriminato in pista per il colore della sua pelle, perfino dai suoi colleghi piloti – ha subito anche delle minacce. Un membro del suo team raccontò di aver trovato, nel suo garage, un cappio, un gesto che nel sud degli Usa significa ricordare soprattutto i linciaggi compiuti fino a qualche decennio fa contro la popolazione di colore inerme da parte di organizzazioni razziste e suprematiste come il famigerato Klu Klux Klan.

La vicenda ha comunque risvegliato le coscienze, tanto che da quel momento in poi, l'organizzatore del campionato ha vietato durante le competizioni, l'esposizione di bandiere e simboli che rimandino alla confederazione sudista. Molte delle gare della Nascar si svolgono negli stati meridionali degli Usa, dove le tensioni razziali sono ancora estremamente vive.

La storia

Darrell ha ripercorso così le gesta di Wendell Scott che è entrato nella storia per essere stato il primo afro americano a conquistare un trofeo nella Nascar, vincendo la gara del 1 dicembre 1963 allo Speedway Park di Jacksonville, Florida. Un successo che fece storia perché avvenne in un periodo in cui era estremamente accesa la lotta per i diritti civili della popolazione di colore e in uno stato che praticava all’epoca la segregazione razziale.

A distanza di quasi 60 anni dalla vittoria di Scott, le cose sono cambiate sì ma solo fino a un certo punto, come le vicende capitate al pilota di Mobile spiegano con cruda chiarezza. La sua denuncia della discriminazioni subite è la stessa che in F1  ha fatto il sette volte campione del mondo britannico Lewis Hamilton, a sua volta attivissimo nella campagna “Black Lives Matter” tanto che da due anni la sua Mercedes “freccia d’argento” (così come quella del compagno Valtteri Bottas) ha assunto una livrea nera a sostegno della battaglia civile per la eguaglianza. Hamilton, attualmente in testa alla classifica del campionato mondiale e in corsa per vincere l’ottavo titolo, è stato tra i primi a congratularsi, anche sui social network, con Wallace.

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