Ultimo aggiornamento  04 febbraio 2023 19:54

Triumph Herald, la prima "italiana".

Massimo Tiberi ·

Entrata a far parte del gruppo Standard nel 1945, dopo la crisi a causa della guerra, la Triumph ne diventa di fatto il marchio dalla vocazione più raffinata e sportiva. Negli anni Cinquanta la produzione si identifica in gran parte con le apprezzate spider della serie TR, ma si sente la mancanza di un modello più popolare e dal carattere familiare anche per sostituire la Standard Eight che risale al 1938.

Nel 1959 debutta dunque la Herald, frutto della prima collaborazione con Giovanni Michelotti, nata dopo l’incontro a Torino dello stilista italiano con l’ingegnere Harry Webster e incoraggiata da Alick Dick a capo della Triumph. L’avvio di un rapporto duraturo che porterà alla creazione di tanti altri modelli della casa britannica.

Un tipo particolare

La nuova vettura è una berlina tre volumi compatta (lunghezza 3,88 metri) a due porte dai tratti non certo rivoluzionari ma in grado di distinguerla dalle concorrenti, con in evidenza le abbondanti cromature e le originali pinne posteriori. L’abitacolo e il vano bagagli non sono molto spaziosi, ma le vetrature sono ampie e l’allestimento è piuttosto curato, secondo la migliore tradizione d’Oltremanica.

Sul piano tecnico, la Herald manifesta una doppia personalità. Conservatrice la scelta di un telaio a sostegno della carrozzeria, quando ormai si va generalizzando la scocca portante, soluzione che comunque consente di ribaltare completamente il cofano anteriore favorendo l’accessibilità agli organi meccanici. Egualmente convenzionale lo schema a trazione posteriore e i freni sono a tamburo, ma di rilievo per l’epoca le sospensioni a quattro ruote indipendenti con snodi autolubrificanti e lo sterzo a cremagliera collassabile che offre un diametro di sterzata di appena 7,62 metri per una straordinaria maneggevolezza.

Il motore è derivato dagli anziani quattro cilindri che hanno equipaggiato la Standard Eight, di 948 centimetri cubici e 35 cavalli, modesto nelle prestazioni (velocità massima poco al di sopra dei 110 chilometri orari) e accoppiato ad un cambio a quattro marce con prima non sincronizzata.

Gamma allargata

Nel 1960 si aggiungono alla gamma le versioni Coupé e Convertibile, seguite un anno dopo dalla wagon Estate, mentre la cilindrata del motore sale a 1.147 centimetri cubici per 48 cavalli e migliorano gli allestimenti, sottolineati da un bel rivestimento in legno della plancia. Con l’arrivo della 12/50 bicarburatore da 51 cavalli nel 1963, la Herald diventa più vivace e monta i freni a disco anteriori. Ancora un passaggio, con restyling, nel 1967 e la nuova 13/60 di 1.296 centimetri cubici da 61 cavalli consente di raggiungere i 140 chilometri orari.

Intanto, nel 1962 utilizzando lo stesso corpo vettura (segno distintivo esterno i quattro fari), finiture di pregio e qualche modifica tecnica, entra in campo la Vitesse, anche nella variante Convertibile. Sotto il cofano un piccolo sei cilindri in linea di 1.569 centimetri cubici da 70 cavalli, sostituito successivamente da due motori due litri con potenze di 95 e 104 cavalli, eccessive per le caratteristiche utilitarie delle altre componenti e che renderanno la guida impegnativa.

Nonostante l’ingresso, già dal 1961, della Triumph nel gruppo Leyland e poi dal 1968 nella holding British Leyland, la Herald proseguirà la sua carriera fino al 1971 a quota 530mila unità prodotte e ampiamente diffuse in patria e nel Commonwealth. In Italia verrà distribuita dalla Ducati di Bologna, penalizzata da un prezzo, superiore al milione di lire, che la metterà in difficoltà con rivali di primo piano e più economiche, dalla Fiat 1100 al Maggiolino Volkswagen.

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