Ultimo aggiornamento  04 dicembre 2021 08:26

Claudio Baglioni, 70 anni strada facendo.

Claudio Baglioni ·

Appartengo a una generazione fortunata. Molto. La prima per la quale la vita non era più incubo ma sogno. La notte agghiacciante della guerra – la seconda, mondiale, in trent’anni - era finita e il giorno che si apriva davanti a noi non avrebbe potuto essere più luminoso. In tasca non avevamo molto, è vero. Dentro, però, eravamo ricchissimi. E determinati a spendere fino all’ultimo centesimo della voglia di vivere che ci animava. Per prima cosa, ci saremmo presi la parola. Era arrivato il momento di farci sentire. Avremmo detto la nostra, deciso come vestirci, quanto lunghi volevamo i capelli, se fumare o no. Avremmo camminato tenendo per mano la ragazza che ci prendeva il cuore. E l’avremmo baciata. In pubblico, addirittura, se ci avesse assaliti il desiderio di farlo.

Erano gli anni dei Beatles, degli Stones, di Dylan e Simon & Garfunkel; gli anni della “Summer of Love”, del “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, del “Fate l’amore non la guerra”; gli anni del “Maggio francese”, del chopper di “Easy Rider” e del Duetto rosso de “Il Laureato”. Il mondo era lì per noi. Tutto quello che dovevamo fare era uscire, allungare una mano e prendercelo. Chitarra in resta, ovviamente.

La "Due cavalli" gialla

Il nostro destriero aveva due ruote. Quelle della Vespa, soprattutto. Se i cavalieri erano più di due, si saliva in carrozza. La mia era una “Due cavalli”: livrea gialla, copriruota neri, tettuccio apribile, interni – neanche a dirlo – a grandi fiori colorati. Decisamente più libera, aperta e spregiudicata di me. Aveva un’andatura così dinoccolata che sembrava non si reggesse nemmeno in piedi. Invece riusciva a portarti ovunque. Letteralmente. È lei quella sulla copertina dell’album “Gira che ti rigira amore bello” e del singolo “Amore Bello/W l’Inghilterra”. Ed è sempre lei la protagonista di uno special televisivo dedicato all’avventuroso viaggio attraverso l’Italia che raccontavo in quell’album: una sorta di “Easy Rider” di casa nostra.

È l’auto con la quale do un passaggio all’inglesina di W l’Inghilterra: “È carina da morire, quanta roba porca l’oca, la ‘Camilla’, yes my car, qui mi si sbraca…”. Per fortuna non può più parlare: temo che le scapperebbe qualcosa di irripetibile. La bruciai poco dopo. No, non per tapparle la bocca. Fu una sorta di simbolico rito di passaggio all’età adulta. Roba da ragazzi o da artisti. E io, ahimè, ero entrambe le cose.

Allacciate la cintura 

Dal fuoco all’acqua. Passano quasi vent’anni. Roma, novembre 1990. Piove a dirotto. Volo verso casa a bordo di tutt’altro genere di auto: una Porsche. Al contrario della Camilla, sembra inchiodata alla strada. Ed è così, infatti. Il problema è la strada: non c’è più. Si è trasformata in piscina. La Porsche perde la rotta e io quasi la testa. Assai stupidamente, non indossavo la cintura. Rischiai grosso. E la ripresa fu lenta e tutt’altro che facile. Per fortuna – pura fortuna – sono qui a raccontarla.

Per questo, qualche anno dopo, quando l’ACI mi chiede di diventare testimonial – assieme a Michael Schumacher e Nancy Brilli – della campagna FIA “Prima di guidare pensa: dieci secondi che possono salvarti la vita”, accetto senza esitare. È il ’98, sono in tour nei più grandi stadi d’Italia e, a ogni fine concerto, invito tutti a guidare con prudenza e allacciare la cintura. Da allora, lo faccio anch’io.

Il viaggio

Il viaggio – reale o ideale – è sempre stato al centro del mio lavoro. Molti miei album sono dedicati a questa straordinaria metafora dell’esistere, dell’indagine interiore, dei rapporti con se stessi, la realtà, gli altri. E le nuove tecnologie sono parte essenziale di ogni viaggio. La musica è sempre stata arte tecnologica. Violino, piano o sassofono, ad esempio, sono concentrati di tecnologia. Tecnologia è il vecchio registratore a nastro e il computer sul quale incidiamo oggi; il vinile e l’mp3. Sono tecnologia i sintetizzatori, i campionatori, i plug-in e le interfacce che permettono a strumenti e pc di dialogare. Dalla ruota in qua, tutto o quasi è tecnologia.

Tutto, a parte l’uomo. Ma dev’essere un mezzo, non un fine. Come? Evitando di trasformarci da creatori in creazioni, da controllori in controllati, da soggetti pensanti in oggetti in balia dell’algoritmo di turno.

La chiave è l'equilibrio 

L’equilibrio è la chiave. Nella musica, come nella vita. E nella mobilità. Confesso che l’avvento dell’auto a guida autonoma un po’ mi preoccupa. Per alcuni squilibri che temo non sarà così facile ricomporre. Sarà pacifica o belligerante la coesistenza tra auto tradizionali e driverless? Quando il controllo non sarà più umano, diventerà per forza “disumano”? Chi deciderà cosa fare in caso di scelte estreme? Le nuove auto saranno più “morali” o “immorali” di noi? Di chi sarà la responsabilità? E che fine farà la nostra privacy? Il progresso non si può né si deve fermare, è vero. Ma bisogna assolutamente evitare che possa essere lui a fermare noi.

Articolo pubblicato su l'Automobile n.26 - Febbraio 2019

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