Ultimo aggiornamento  23 giugno 2021 09:48

Renault Spider, sport estremo.

Massimo Tiberi ·

Anche Renault ha avuto la sua Lotus Elise. Anzi, l’ha anticipata, e con un modello dalle caratteristiche addirittura più estreme. Se infatti l’inglese concede ancora qualcosa all’uso normale, la francese è una sportiva senza il minimo compromesso, appena utilizzabile (non si può dire di più) su strada ma progettata in base a logiche da pista, lasciando perdere comfort ed elettronica per offrire piacere della guida allo stato puro. 

Nasce nel 1996 una “barchetta” battezzata semplicemente Spider (da pronunciare, in ossequio allo sciovinismo transalpino, con accento sulla “e”), sviluppo di una concept apparsa al Salone di Ginevra un anno prima, frutto del reparto Renault Sport e assemblata nella fabbrica Alpine di Dieppe. La vocazione è quasi esclusivamente agonistica e destinata in particolare a campionati monomarca per il rodaggio di giovani piloti. Un’auto promozionale in una stagione che vede protagonista la casa nella Formula 1, fornitrice di motori a squadre come Williams e Benetton che faranno man bassa di mondiali, tra il 1992 e il 1997, con campioni del calibro di Nigel Mansell, Alain Prost, Damon Hill, Gilles Villeneuve e Michael Schumacher.

Leggera e senza fronzoli

Realizzata secondo parametri che mettono al primo posto leggerezza e dinamica, la Spider ha struttura in alluminio e carrozzeria in materiale plastico, è compatta e i tratti ricordano i prototipi delle corse anni Sessanta. Fari anteriori carenati, luci posteriori circolari, prese d’aria sui parafanghi posteriori, roll-bar in evidenza e portiere con apertura ad ala, caratterizzano fortemente la grinta. Per massima semplificazione, mancano maniglie e vetri laterali, mentre anche il parabrezza può essere eliminato e, in questo caso, sono forniti un frangivento e un simil tonneau-cover. Prevista, inoltre, una capote in tessuto, ma di dubbia funzionalità visto che la casa ne sconsiglia l’impiego a velocità superiori ai 90 chilometri orari.

L’abitacolo, dall’allestimento quanto mai essenziale, ha somiglianze con la Lotus Elise, che comunque nasce qualche tempo dopo. Elementi del telaio sono in vista, i sedili dall’imbottitura limitata e molto contenitivi, la strumentazione con al centro il contagiri comprende soltanto il termometro del liquido di raffreddamento e il manometro dell’olio, sopra la plancia il tachimetro a lettura digitale ripreso dalla utilitaria Twingo. Per trovare la più corretta posizione di guida la pedaliera è regolabile. Inutile parlare di accessori, manca perfino un qualsivoglia impianto di climatizzazione, il bagagliaio quasi non esiste e per i documenti una fragile retina.

Scattante e veloce

A sottolineare ulteriormente la personalità della Spider  sono le qualità tecniche. Collocato in posizione posteriore-centrale, il motore è il quattro cilindri due litri, bialbero sedici valvole, della Clio nella versione Williams da 150 cavalli e 186 Nm di coppia con cambio a cinque marce. Un’unità non troppo “spinta” ma sufficiente a far toccare i 215 chilometri orari  accelerando da 0 a 100 in meno di sette secondi. Prestazioni di livello però non eccezionali e condizionate da un peso dell’auto che, nonostante tutto, resta al di sopra dei 900 chili.

D’altra parte, rendono invece estremamente appagante la “barchetta” francese altre prerogative, come le sospensioni indipendenti a triangoli sovrapposti, il potente impianto frenante a dischi ventilati privo di servocomando e lo sterzo a cremagliera, anch’esso non assistito, molto preciso. Scelte che permettono di adattare facilmente la Spider alle competizioni, sopportando con disinvoltura incrementi di potenza fino a 300 cavalli per punte di 260 chilometri orari.

Protagonista di un trofeo monomarca in concomitanza con i Gran Premi europei di Formula 1 e utilizzata in gare non di primo piano, la Spider raramente verrà impiegata in uso normale. La produzione di circa 2mila esemplari cessa nel 1999, un interessante esercizio che non avrà eredi.

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