Ultimo aggiornamento  14 maggio 2021 10:00

Endurance, il richiamo di Le Mans.

Angelo Berchicci ·

Parte sabato primo maggio da Spa-Francorchamps il Campionato del mondo endurance (Wec) 2021, che vede il debutto della nuova categoria regina, quella delle hypercar. Il fulcro della stagione è - come da tradizione - la 24 Ore di Le Mans (21 agosto), una delle gare più antiche e famose al mondo. Al via tra le hypercar quest’anno c’è la vincitrice in carica Toyota, l’Alpine e la Glickenhaus, scuderia dell’omonimo magnate americano.

Ma in molti guardano già al 2023, quando ci sarà il grande ritorno di Ferrari nella massima categoria dell’endurance (dopo 50 anni esatti), mentre Peugeot dovrebbe arrivare già nel 2022. E non è finita, perché Audi (con l’aiuto di Porsche) e Honda (con marchio Acura) stanno sviluppando per il 2023 vetture LMDh, ovvero che potranno correre sia nel Wec che nelle gare di durata americane.

Se poi anche Ford e Chevrolet dovessero confermare i loro impegni nell’endurance, tra due anni al via della 24 Ore di Le Mans potrebbero esserci la maggior parte dei gruppi mondiali: Volkswagen, Stellantis, Toyota, Ferrari, Renault, Honda, Gm e Ford. Una vera e propria riscoperta per una disciplina storica del motorsport, che sembra particolarmente in linea con le nuove sfide, come il processo di elettrificazione e lo sviluppo di propulsori sempre più efficienti.

Un duro banco di prova 

Nell’evento clou del campionato le vetture percorrono sul circuito di Le Mans una distanza superiore ai 5000 chilometri, con una velocità media al di sopra dei 200 chilometri orari. Numeri che bastano a capire quanto le gare endurance siano logoranti per la meccanica, e come in esse l’affidabilità delle vetture sia messa costantemente alla prova.

In un’era in cui tutti i costruttori stanno investendo enormi somme nel processo di elettrificazione, l’endurance diventa un utile banco di prova per le tecnologie ibride, con condizioni anche più severe e realistiche rispetto a quelle dei gran premi di Formula 1.

Un grande ritorno di immagine

Ma questo è solo un aspetto, forse il più romantico, per giustificare il successo della categoria. E’ innegabile che queste gare  garantiscano un ritorno di immagine particolarmente coerente con gli attuali interessi dei costruttori. Nell’endurance l’esigenza di ridurre i consumi di carburante si è palesata sin dagli anni ’90, e come conseguenza già nel 2011, con la nascita del Wec, hanno fatto il loro debutto i primi powertrain ibridi (per la Formula 1 si è dovuto aspettare il 2014). A differenza di altre discipline, quindi, nelle gare di durata l’efficienza energetica dei motori conta almeno quanto la velocità pura.

La rivalità, inoltre, non riguarda i singoli piloti - che si alternano al volante - ma i brand, che sono i veri protagonisti della competizione. L’endurance mette molto più al centro i costruttori, e offre loro una facile sponda per sottolineare il passaggio di tecnologia dalla pista alla strada. Come sta facendo Toyota, vincitrice delle ultime tre edizioni della 24 Ore di Le Mans, che farà debuttare una versione stradale della sua hypercar con tecnologia ibrida.

Vince chi arriva fino in fondo

In un certo senso, poi, nelle gare di durata tutti coloro che arrivano fino in fondo possono dire di essere dei vincitori, e in questo modo si riduce il timore di non essere immediatamente competitivi, un ostacolo psicologico non da poco per chi entra nel motorsport. Una cosa però è certa: anche se non c’è bisogno di arrivare primi per vincere, nessuno vuole fare brutta figura a Le Mans

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