Ultimo aggiornamento  22 settembre 2021 19:53

Transizione elettrica, la Francia corre ai ripari.

Francesco Paternò ·

La Francia è il primo paese europeo a dare una risposta concreta alla preoccupazione sui posti di lavoro a rischio nell’industria dell’auto per il passaggio dalla motorizzazione termica a quella elettrica. Il cambio di paradigma prevede un numero minore di componenti per la costruzione di un veicolo a zero emissioni, mediamente 200 rispetto ai 1.200 di un veicolo tradizionale, stando agli studi di settore. La tendenza riguarda tutti i costruttori, ma un intervento pubblico a salvaguardia del lavoro può fare la differenza rispetto a un orizzonte ancora incerto.

Il Ministro dell'Economia: "Faremo il massimo" 

Il governo francese ha creato un programma di finanziamenti pari a 50 milioni per formare e riqualificare quei lavoratori dei settori metallurgico e siderurgico legati all’automobile che rischiano il posto per un calo della domanda di vetture tradizionali. Al fondo contribuiscono con 10 milioni per uno i gruppi Renault e Stellantis, entrambi partecipati dallo stato francese. "Sappiamo che ci saranno delle difficoltà: le stiamo anticipando e stiamo facendo il massimo per proteggere i lavoratori”, ha detto il Ministro dell’Economia Bruno Le Maire, confermando l’interventismo del governo francese in economia e nell’auto in particolare, in un momento di transizione delicato per la nuova mobilità.

Stato interventista

Le Maire è entrato nel merito, parlando delle 335 fonderie esistenti in Francia che oggi occupano 30mila persone e di materiali come ghisa, alluminio e ferro, destinati a essere meno richiesti nella produzione di automobili elettriche. A Cauban, in Bretagna, martedì c'è stata molta tensione tra lavoratori e vertici di una fonderia che Renault intende vendere.

L’impegno del governo francese va di pari passo con la pressione sempre su Renault e Stellantis (quest’ultimo con dentro Fiat Chrysler) affinché i due gruppi non portino produzioni all’estero, a difesa dell’occupazione nel paese: "Vogliamo porre fine a 30 anni di delocalizzazioni perché hanno avuto un enorme costo sociale e industriale”.

Dalle fabbriche italiane a quelle inglesi

Il caso francese parla a voce alta al resto d’Europa e in maniera diretta anche alle fabbriche italiane di Stellantis, ex Fiat Chrysler, impegnate come gruppo in un processo di elettrificazione. Tutti i costruttori stanno accelerando i loro investimenti sulla mobilità elettrica, dopo norme sulle emissioni sempre più stringenti decise a livello comunitario sulla base di un'emergenza climatica mondiale.

Non tutti però hanno l’attenzione francese: a febbraio il nuovo ceo di Jaguar Land Rover Thierry Bolloré ha annunciato che Jaguar diventerà un marchio completamente elettrico dal 2025, salvo non aspettare nemmeno 24 ore per rivelare la decisione di 2mila licenziamenti a partire dall’anno prossimo. In molti hanno fatto uno più uno.

Gli studi: quanto lavoro a rischio

Alla vigilia della pandemia - era il gennaio del 2020 - uno studio dell’istituto tedesco Nationale Plattform Zukunft der mobilitat fatto per il governo di Berlino aveva ipotizzato la perdita nella sola Germania di 400mila posti di lavoro entro il 2030 a causa dell’elettrificazione dell’auto. Un dato allarmante (sul quale hanno avuto buon gioco a saltar su i detrattori della mobilità a zero emissioni), che tuttavia non teneva conto di quanti nuovi posti di lavoro e di quante nuove figure professionali l’innovazione dovrebbe creare, dai servizi per il digitale alla costruzione di batterie tanto per dare qualche esempio.

Il ministro del Lavoro tedesco Hubertus Heil (Spd) indicava una strada, la stessa che la Francia ha cominciato già a percorrere: “Bisognerà puntare sulla riqualificazione per consentire ai lavoratori di oggi di avere l’opportunità di trovare impiego anche nell’industria dell’auto di domani”.

L'innovazione che crea altro lavoro

La pandemia ha poi spazzato via questo tipo di previsioni, ha creato nuovi problemi, e tuttavia ha spinto i costruttori a confermare o persino ad aumentare gli investimenti sull’elettrico. Pochi mesi fa un altro istituto tedesco, il Fraunhofer di Stoccarda su commissione del gruppo Volkswagen, tra i principali attori della transizione elettrica, ha rilasciato uno studio più completo sul tema, proiettato sulla fine del decennio.

Se da una parte conferma che a causa dell’aumento di produzione di veicoli elettrici ci sarà per il colosso tedesco un calo dell’occupazione stimata al 12%, dall’altra molti posti di lavoro verranno recuperati – si sostiene - sia per l’aumento delle vendite a livello globale trainate dalla domanda di elettrico, sia per le nuove figure professionali richieste dal settore in trasformazione. Da un +5% per quanto riguarda la divisione information technology a un +3% e fino a un +7% nei reparti tecnici.

La cogestione tedesca

In Germania dove vige la Mitbestimmung, la cogestione che regola il governo dell’economia, i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza dei più grandi gruppi del paese. In Volkswagen c’è stato di recente uno scontro frontale fra l’amministratore delegato Herbert Diess e il rappresentante dei lavoratori in consiglio, il potente Bernd Osterloh, sulle scelte dell’azienda per il futuro. Ma quando i media hanno chiesto al sindacalista se la battaglia fosse sull’occupazione a rischio a causa della transizione elettrica, Osterloh ha negato il problema: “Penso sia gestibile”.

Dal primo maggio, Osterloh va via e lascia in eredità alla sua vice Daniela Cavallo (italiana come sua moglie) il posto di numero uno del comitato aziendale del gruppo cui sono iscritti 600mila dipendenti nel mondo e la poltrona nel consiglio di sorveglianza per la Mitbestimmung: un'eredità pesante e insieme un segnale che per il sindacato non cambierà nulla nei rapporti di forza con i vertici del gruppo. Piuttosto, la fine dell’era di Angela Merkel a settembre imporrà altre sfide sia ai lavoratori che all’azienda, aggiungendo ai processi di elettrificazione ormai inarrestabili le incognite del post (speriamo) Covid.

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