Ultimo aggiornamento  28 ottobre 2021 12:14

Lada Niva, dalla Russia con amore.

Massimo Tiberi ·

La 500 in Italia, il Maggiolino in Germania, la Mini in Gran Bretagna, la 2CV in Francia, la Mustang negli Usa, la Corolla in Giappone: sono le auto simbolo di grandi e celebrate tradizioni nazionali. In Russia il posto spetta alla Lada Niva, una antesignana dei suv compatti ancora sulla scena da più di quarant’anni, diffusa in ogni angolo del mondo in oltre 2,5 milioni di unità. Nella interminabile carriera è arrivata per prima al Polo e si è arrampicata sulle cime dell’Himalaya, ha corso la Parigi-Dakar e accompagnato militari e civili come le fuoristrada Jeep e Land Rover. Icona in patria, ha visto la fine dell’Urss restando praticamente sempre uguale a se stessa, costruita dalla Vaz (Fabbrica Automobilistica del Volga) di Togliattigrad, un complesso fra i più grandi del mondo frutto di un accordo con la Fiat del 1966 e oggi nell’orbita Renault.

Origine italiana

Proprio partendo da componenti derivate dalla versione sovietica della nostra 124, l’equipe guidata dall’ingegnere Petr Prusov progetta un modello dai contenuti tecnici molto avanzati per l’epoca, paragonabili a quelli di una assai più costosa Range Rover. Battezzata Vaz 2121, Lada Niva (“campo”) per i mercati occidentali, la vettura è una tre porte dalle dimensioni contenute (meno di 4 metri di lunghezza), dalle forme squadrate ed esteticamente gradevoli disegnate da Valerij Semuskin, sufficientemente spaziosa all’interno ma piuttosto scadente in materia di qualità dei materiali di allestimento, pur se all’insegna della praticità.

E’ però sotto pelle che la Niva si rivela un mezzo dagli accenti raffinati per la categoria, che le donano notevoli prerogative quanto a robustezza e massima efficienza in fatto di mobilità sui terreni più difficili. La struttura, anticipando di molto i suv moderni, è a scocca portante, le sospensioni sono indipendenti anteriormente e a pone rigido posteriore con barra Panhard, rinunciando al tradizionale telaio a longheroni e alle vecchie balestre. Convenzionale l’impianto frenante, inizialmente a quattro tamburi poi con dischi anteriori, e lo sterzo monterà il servocomando.

Di rilievo assoluto il sistema di trazione integrale permanente, con tre differenziali, il centrale bloccabile, e cambio a quattro marce e quattro ridotte inseribili indipendentemente dal blocco del differenziale. Caratteristiche da autentica off-road, senza troppi complessi d’inferiorità neppure rispetto alle più blasonate rivali. Altezza minima da terra di 22 centimetri, possibilità di guado a 50 centimetri, pendenze superabili fino al 100 per cento, passo corto e angoli d’attacco e di uscita particolarmente favorevoli sono i parametri che fanno capire quanto la Niva sia in grado di affrontare gli impieghi veramente impegnativi.

Una versatilità ben coadiuvata dal motore di origini Fiat, un quattro cilindri 1.600, monoalbero a camme in testa, dalla potenza di 80 cavalli, sufficienti anche per un discreto comportamento sulle strade normali (velocità massima di poco superiore ai 130 chilometri orari).

Un pezzo di storia

Presentata con orgoglio in anteprima alla nomenklatura sovietica, durante il XXV Congresso del Pcus nel 1976, e diffusa a partire dall’anno successivo, la vettura è stata oggetto nel tempo soltanto di aggiornamenti, che non ne hanno mai alterato né la fisionomia esterna né la sostanza meccanica. Modestissimi i restyling, ma si sono aggiunte varianti a cinque porte, cabriolet e pickup, migliorati via via gli allestimenti e il motore è cresciuto a 1.700 centimetri cubici guadagnando l’iniezione e qualche cavallo. In alternativa, vengono offerti in alcuni Paesi un diesel Peugeot 1.900 e l’apprezzata  alimentazione bi-fuel Gpl. 

Arriveranno anche il cambio a cinque marce e gli adeguamenti alle normative con airbag, Abs e catalizzatore. Gli importatori occidentali, fra i quali l’italiano Martorelli, si sono inoltre spesso sbizzarriti nelle dotazioni fuoriserie, perfino con accenni di lusso. I prezzi, d’altra parte, sono sempre rimasti competitivi, al livello di semplici utilitarie.

Un progetto quello della Niva praticamene inossidabile, che le ha permesso di resistere ai passaggi epocali dei quali è stata testimone e alle vicende aziendali che hanno visto l’accordo nel 2002 con la General Motors e il nome ceduto al marchio Chevrolet per una versione modificata. La classica ha proseguito il suo corso come Lada 4x4 e l’ingresso del Gruppo Renault in AutoVaz dal 2008, introducendo vetture di derivazione Dacia, permette di guardare al futuro e ad un prossimo modello completamente nuovo dai toni retrò.

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