Ultimo aggiornamento  09 dicembre 2021 09:36

Ad Alfredo Ferrari, papà del Drake.

Angelo Berchicci ·

“Sono un agitatore di uomini e di talenti”. Così rispondeva Enzo Ferrari a chi gli chiedeva se si sentisse più progettista o imprenditore. Della saga nata dalle vicende del Drake e della Scuderia da lui fondata, tifosi e appassionati hanno imparato a conoscere molteplici figure: il figlio Dino, scomparso prematuramente, la moglie Laura, i tanti piloti passati per Maranello.

Ma c’è un personaggio che nel racconto pubblico di Ferrari rimane spesso nell’ombra: il padre Alfredo, il primo ”agitatore di uomini” della vita di Enzo, che operando tra i fumi di un’officina meccanica dell’Emilia rurale, gettò i semi che avrebbero reso il figlio una delle figure più importanti dell’automotive mondiale. Nel giorno della festa del papà, vogliamo ricordare Alfredo Ferrari, senza il quale - forse - oggi la Ferrari non esisterebbe, o non sarebbe la stessa.

L'officina Ferrari

Se volessimo affidarci ai segni, potremmo dire che la passione di Enzo per le corse fu un modo per recuperare il ritardo accumulato alla sua nascita. Nacque infatti il 18 febbraio 1898 a Modena, ma a causa di un’abbondante nevicata il padre riuscì a recarsi all’anagrafe solo due giorni dopo. Così la vita del piccolo Enzo, ufficialmente, inizia il 20 febbraio.

L’infanzia trascorre serena, come lui stesso scriverà nella sua autobiografia “Le mie gioie terribili”, in un casolare nella lontana periferia di Modena, annesso all’officina di carpenteria metallica del padre, oggi sede del Museo Enzo Ferrari. “Un capannone di cento metri con una tettoia di lamiere ondulate e privo di pavimento. Io dividevo con mio fratello una delle stanze sopra l'officina e ogni giorno la sveglia mattutina arrivava con le prime mazzate dei carpentieri”.

Di quella modesta officina, che realizzava ponti e pensiline per le Ferrovie dello Stato, il padre Alfredo era “il direttore, il progettista, l’amministratore, il commercialista, il dattilografo”. Una descrizione che rispecchia il modo con cui Enzo avrebbe diretto per oltre mezzo secolo la Scuderia Ferrari, ovvero affidandosi ai suoi collaboratori, ma con l’autorevole pretesa dell’ultima parola in ogni ambito, dai comunicati alle scelte tecniche.

La scoperta dell'automobile

La predisposizione verso i motori e la velocità fece la sua comparsa nel Drake sin dalla giovane età, ma non fu una manifestazione immediatamente avvertibile. Enzo sognava di diventare pilota, giornalista, o tenore di operetta, ma soprattutto cercava di farsi apprezzare dal padre, visto il suo scarso rendimento scolastico, al contrario invece del fratello, che primeggiava sui libri. Anche per questo motivo si avvicinò al mondo dell’officina e della tecnica, aiutava il padre nei lavori meno complessi e discutevano di automobili.

“Il piccolo ha l’anima del meccanico” affermava spesso Alfredo, intuendo prima ancora del figlio una passione la cui portata sarebbe stata difficilmente immaginabile. La prima vera scintilla arrivò solo all’età di 10 anni, quando il padre portò Enzo “a una corsa automobilistica sul circuito di Bologna, che si snodava lungo la via Emilia e la Persicetana. Così quel giorno, ricordo, ebbi un’emozione violenta”. La successiva fu alla vista della prima auto di famiglia, una De Dion Bouton monocilindrica.

Grazie a quella vettura rudimentale, Enzo avrebbe imparato ad apprezzare il fascino dell’automobile come status symbol. Erano gli inizi del ‘900 e tra Modena e provincia la auto si contavano sulle dita di una mano. Potete immaginare, quindi, l’entusiasmo con cui il giovane Ferrari – che non ha mai avuto un profondo sentimento religioso – si approcciò alla sua prima comunione “soprattutto perché il babbo mi accompagnò fino alla chiesa in automobile”.

L'inchiostro viola

Ma la figura di Alfredo, scomparso nel 1916 per una polmonite, rimase avvertibile anche in circostanze meno private. Ad esempio, nell’inchiostro viola con cui Ferrari firmava ogni lettera e documento ufficiale. “Mi è stato chiesto perché mi ostino a usare perennemente un inchiostro di colore viola. La spiegazione è semplice: mio padre teneva diligentemente copia di tutto ciò che scriveva, una specie di fotocopia ante litteram che si otteneva con un piccolo torchio a pressione. Gli umidi duplicati risultavano sia nel testo che nella firma di un intenso colore violaceo. Da quel ricordo la mia fedeltà al viola.”

"Il mio lavoro ha cambiato qualcosa: Maranello era un paesino, oggi conta 12mila abitanti, ha la fabbrica che porta il mio nome, ha un istituto professionale che porta il nome di mio figlio Dino. Poco lontano, al confine con il comune di Fiorano, affiora nel verde superstite della zona pedemontana il tracciato di una pista di collaudo. Su questa pista, lungo questi rettifili della via Giardini che ricordo polverosi e percorsi da buoi, sfrecciano macchine insolite. Posso dire di aver fatto qualcosa? Posso dire di aver esaudito i sogni e le passioni di quando ero ragazzo?” scrive Enzo nella sua autobiografia. Una domanda che sembra rivolta a quel padre che per primo aveva intravisto nel figlio la figura del Drake. 

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