Ultimo aggiornamento  20 aprile 2021 03:49

De Tomaso Mangusta, la rivale della Cobra.

Elisa Malomo ·

“La Mangusta presto divorerà la Cobra”. A una prima lettura, potrebbe sembrare l'incipit di un trattato sui predatori della savana, invece sono le parole con cui Alejandro de Tomaso, fondatore dell'omonima casa automobilistica di Modena, presentò nel 1967 a New York la sua nuova supercar Mangusta.

Predatori a confronto

Il tono deciso che riecheggiò ai microfoni fece subito pensare che la dichiarazione non avesse come fine ultimo solo quello di esaltare le potenzialità dell'auto. Il messaggio era indirizzato proprio a Carroll Shelby, l'imprenditore americano e autore della roadster Cobra, che aveva da poco abbandonato la collaborazione con lo stesso De Tomaso per la realizzazione della sportiva P70 (conosciuta anche come De Tomaso Sport 5000 Fantuzzi Spider) con l'obiettivo di tornare negli Stati Uniti e lavorare al grande progetto della Ford GT40.

La scelta del nome Mangusta può essere considerato infatti un tentativo di rivalsa per il torto subito dall'ex socio: come illustra anche Rudyard Kipling, autore de “Il libro della giungla”, nel racconto “Rikki-tikki-tavi” del 1893, la mangusta è l'unico mammifero che può avere la meglio in un combattimento ad armi pari con il cobra.

Se De Tomaso restò deluso dalla rottura con Shelby era perché in quel progetto intravedeva la possibilità di competere con i grandi nomi del motorismo italiano e d'oltreoceano, grazie anche al team di professionisti con cui stava lavorando fra cui la carrozzeria Fantuzzi, l'allora giovanissimo designer Pete Brock (ex General Motors) e la Ghia di Torino. 

Il salto di qualità

Ma l'ex pilota argentino non si fece certo prendere dallo sconforto. Fu così che dall'incompiuta P70, esposta poi al Salone di Torino nel 1965, creò la Mangusta, anello di congiunzione fra la Vallelunga, prima coupé sportiva del costruttore, e la Pantera, la longeva granturismo che restò in produzione per oltre vent'anni. Tutte legate fra loro dalla paternità di De Tomaso e dai propulsori targati Ford.

Dalla P70, la nuova supercar ereditò il telaio monotrave con motore centrale posteriore, come nelle auto da competizione degli anni settanta, le sospensioni indipendenti e freni a disco sulle quattro ruote. Sotto il cofano, il pesante motore Ford 302 da 5 litri portò subito a una distribuzione dei pesi tutt'altro che ottimale (32% - 68%, anteriore e posteriore), da cui ne derivò una guida impegnativa. Tuttavia, il V8 statunitense da 306 cavalli elaborato a Modena permetteva alla coupé di competere a livello di velocità con le più quotate rivali. AC Cobra inclusa.

Ad armonizzare le linee Giorgetto Giugiaro, al tempo capo designer della Ghia di Torino, che adottò un ampio parabrezza e una copertura del cofano motore con due portelloni incernierati su una costola dorsale che si aprivano ad ala di gabbiano. Gli interni restarono piuttosto spogli e rispecchiavano le intenzioni del costruttore, ovvero una vettura da corsa adeguata alla circolazione su strada. Del modello ne furono realizzati 400 esemplari a un prezzo competitivo di 11.000 dollari, praticamente la metà all’epoca di una Lamborghini Miura.

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