Ultimo aggiornamento  14 aprile 2021 19:37

L’auto dopo la Brexit.

Colin Frisell ·

LONDRA – L'industria automobilistica ha tirato un sospiro di sollievo quando Regno Unito e Unione Europea hanno siglato - all'ultimo minuto - l'accordo commerciale post-Brexit, evitando così il no deal e le possibili tariffe che ne sarebbero conseguite.

Ma il disastro non è stato del tutto evitato: molte Case avevano già annunciato la chiusura di fabbriche e la sospensione, se non l’abbandono definitivo dei piani per realizzare nuovi investimenti in Gran Bretagna. E, in attesa che vengano definitivamente chiariti i termini dell’intesa, nuvole nere si prospettano comunque per il settore a quattro ruote.

Tra i nuovi obblighi che le aziende dovranno assolvere preoccupa soprattutto quello noto come “regole di origine”,  la auto certificazione sulla provenienza della maggior parte dei componenti di ciascuna vettura che potrebbe portare all’imposizione di tariffe se si supereranno i limiti stabiliti, cioè il 45% di parti realizzate non nella nazione di produzione e proveniente da Paesi extra Unione. I controlli – anche fisici - alle frontiere potrebbero risultare complessi, dispendiosi in termini di tempo, e rappresentare una sfida rispetto al sistema finora utilizzato per l’approvvigionamento dei componenti.

"Come minimo si rallenterà il commercio", ha detto Alan Deardorff, professore di economia internazionale e politica pubblica all'Università del Michigan. "Ci vuole più tempo prima che tutto si sposti da un confine all’altro".

Alcune case automobilistiche, come per esempio Nissan, potrebbero avere difficoltà a dimostrare che certi modelli assemblati nel Regno Unito per l'esportazione nell'Unione Europa possano viaggiare senza dazi. I costi associati alla necessità di cambiare fornitore e gli oneri di dichiarazioni doganali, certificazioni e audit potrebbero convincere le case automobilistiche a investire altrove.

"Questo problema ha importanti implicazioni e costi per l'automotive", ha dichiarato David Bailey, professore di economia aziendale alla Birmingham Business School in Inghilterra. "Molto dipenderà dal grado di flessibilità consentito e dalla gradualità nella introduzione delle nuove regole".

Economia a rischio

La posta in gioco per l'economia del Regno Unito è enorme. L'industria automobilistica del paese impiega più di 860mila persone, oltre un quinto delle quali fanno parte del personale delle fabbriche di veicoli e componenti. L'anno scorso il settore ha prodotto esportazioni per una cifra pari a più di 46 miliardi di euro, il 13% del totale. L'accordo sulla Brexit elimina il rischio di un addio diffuso, ma potrebbe comunque essere troppo poco per le Case automobilistiche che vedranno ridursi ancora i loro margini di manovra.

Secondo alcuni esperti, addirittura nei prossimi cinque anni, la produzione automobilistica nel Regno Unito potrebbe crollare. "L'industria - prevede Ferdinand Dudenhöffer, professore di economia automobilistica presso il Center for Automotive Research dell'Università di Duisburg-Essen in Germania - sarà dimezzata. Non vedo nessuna ragione per le case automobilistiche internazionali di mantenere impianti produttivi nel Regno Unito".

Tuttavia, l'Acea – l’Associazione europea dei costruttori di automobili - ha definito l'accordo "un grande sollievo per le case automobilistiche del Vecchio continente, che consente se non altro al settore di evitare l'effetto catastrofico di una Brexit senza accordo".

Secondo Acea, Unione europea e Regno Unito commerciano quasi 3 milioni di veicoli l’anno per un valore vicino ai 54 miliardi di euro. L'associazione ha anche detto che attende la pubblicazione dei dettagli tecnici dell'intesa e ha sottolineato che ci sono ancora "grandi sfide ancora davanti a noi" mentre il settore si prepara a nuove procedure doganali e "molta più burocrazia e oneri normativi".

Il problema batterie

A influenzare le decisioni delle case automobilistiche sul futuro, potrebbe essere la messa in pratica dei piani per accrescere le catene di approvvigionamento di batterie nella regione. Ai veicoli elettrici - infatti - saranno concessi altri sei anni per portare la loro quantità di contenuti stranieri al di sotto del 45%, la soglia che invece le auto a benzina e diesel dovranno soddisfare immediatamente.

"I tempi sottolineano l'urgente necessità per il governo di creare le condizioni che attirino la produzione di batterie su larga scala nel Regno Unito e trasformino le nostre catene di approvvigionamento", ha dichiarato Mike Hawes, amministratore delegato della Society of Motor Manufacturers and Traders, il gruppo commerciale dell'industria automobilistica del Regno Unito. "Migliorare la competitività del Paese sarà essenziale per contribuire a mitigare i costi e gli oneri aggiuntivi prodotti dalle nostre nuove relazioni commerciali".

Tokyo preoccupata

I più preoccupati delle conseguenze dell’accordo sono in generale i giapponesi, Nissan in testa, già alle prese con una situazione tutt’altro che facile per la contrazione del mercato sia pre che post pandemia. Il costruttore di Yokohama ha recentemente deciso di non realizzare un modello elettrico nella sua fabbrica di Sunderland nell'Inghilterra settentrionale e quasi due anni fa ha cancellato i piani per costruire un altro veicolo nello stesso sito.

Nissan ha ufficialmente  accolto con favore l'accordo commerciale, ma si è riservata di "valutare le implicazioni dettagliate per le nostre operazioni e prodotti", ha detto via e mail Azusa Momose, portavoce dell'azienda a Yokohama.

Le compatte ibride Corolla di Toyota costruite a Burnaston e i veicoli non elettrificati assemblati nello stesso impianto sono invece certamente qualificati per l'esportazione senza dazi nell'Unione europea, ha dichiarato Sonomi Aikawa, una portavoce dell'azienda a Tokyo. Questo soprattutto grazie al fatto che il marchio ha un proprio sito dove realizza i motori in Galles.

Honda chiuderà il suo unico stabilimento automobilistico nel Regno Unito l'anno prossimo. In particolare per quanto riguarda l’elettrica Leaf non è ancora chiaro se il numero di componenti “nativi” del Regno Unito siano sufficienti a evitare l’imposizione di tariffe.

Ford in attesa

In dubbio anche la permanenza di Ford nel Regno Unito: la casa americana ha ancora circa 7.500 dipendenti nel Paese, come dichiarato da John Gardiner, direttore esecutivo delle comunicazioni e degli affari pubblici di Ford di Gran Bretagna e Irlanda che ha anche detto: "Penso che dobbiamo vedere cosa succede a lungo termine”.

Proprio temendo i dazi al 10% che sarebbero scattati dal 1 gennaio in caso di “no deal” costando centinaia di milioni di euro, Ford ha a lungo caldeggiato un accordo di libero scambio.

"Sappiamo - ha affermato ancora Gardiner - che non è come essere nel mercato unico, ma mantenere il più possibile la prossimità è quello che abbiamo sempre voluto, la soluzione migliore sia per il Regno Unito che per l’Europa”.

La Gran Bretagna rimane un mercato importante per Ford il terzo più grande della casa automobilistica dietro solo agli Stati Uniti e alla Cina e rappresenta circa il 30% delle vendite totali in Europa.

“Poteva andare peggio” 

Altre Case hanno rimandato gli investimenti negli impianti del Regno Unito in attesa dell'esito dei negoziati commerciali, accolti con favore ma che dovranno essere ora più approfonditamente valutati.

Bmw, per esempio, ha ritardato i lavori su una piattaforma Mini di nuova generazione a causa delle incertezze sulle relazioni commerciali del Regno Unito con l'Europa. Il Chief Financial Officer dei bavaresi Nicolas Peter ha dichiarato che il costruttore prenderà in considerazione la possibilità di produrre le auto in Germania o in Cina se i dazi dovessero mettere a repentaglio la convenienza di costrurle nel Regno Unito.

Carlos Tavares, ceo di Psa, ha dichiarato a marzo 2020 che il marchio Vauxhall – che fa parte del gruppo francese che presto si fonderà con Fca per dare vita a Stellantis - avrebbe studiato a fondo se esistevano ancora margini di  business per la sua fabbrica di Ellesmere Port e che l'azienda avrebbe chiesto  al governo britannico di compensare eventuali ostacoli commerciali che potessero sorgere.

"Si spera - ha detto ancora il professor David Bailey -  che l'accordo dia ora il via libera ai grandi investimenti nel Regno Unito che erano stati bloccati a causa dell'incertezza sulla Brexit. Ci saranno costi aggiuntivi per l'industria in termini di barriere non tariffarie, ma le cose avrebbero potuto andare molto peggio".

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