Ultimo aggiornamento  15 maggio 2021 01:18

Trump, schiaffo alle startup cinesi.

Angelo Berchicci ·

L’ultimo schiaffo di Donald Trump alla Cina rischia di colpire duramente le startup di auto elettriche. Il presidente americano uscente ha infatti firmato un decreto che revoca il permesso di operare sul mercato finanziario alle aziende straniere che rifiutano di sottoporsi al controllo contabile delle autorità Usa. Nel mirino ci sono soprattutto le attività cinesi, tra cui Li Auto, Nio e Xpeng.

Il provvedimento

Si chiama “Holding Foreign Companies Accountable Act” il decreto firmato da Donald Trump e approvato ad ampia maggioranza bipartisan dal Congresso. Il provvedimento vieta l’accesso al NASDAQ, al New York Stock Exchange, e al NYSE American per tutte le aziende estere che rifiutano di sottoporsi per tre anni di seguito al controllo del Public Company Accounting Oversight Board.

L’autorità indipendente si occupa del cosiddetto "auditing" delle società quotate in Borsa, ovvero l’attività di revisione dei conti e certificazione dei bilanci, ma anche di accertare eventuali legami nascosti tra le aziende e i governi stranieri. L’atto si inserisce all’interno della competizione crescente tra Usa e Cina, che vieta alle sue aziende di mettere a disposizione degli altri stati i bilanci per motivi di sicurezza nazionale.

Le aziende interessate

Oltre a colossi come Alibaba, a farne le spese potrebbero essere i costruttori specializzati in auto elettriche Nio, Xpeng e Li Auto. Sarebbe un duro colpo per le tre startup, che ultimamente hanno visto volare le loro quotazioni sulla borsa americana. Le aziende avranno comunque un periodo di tre anni per conformarsi alla legge ed evitare il ban da Wall Street.

Secondo la commissione di sicurezza sui rapporti Usa-Cina, sono 217 le società di Pechino che potrebbero essere colpite dal provvedimento, di cui almeno 13 sono riconducibili a vario titolo al governo cinese, per una capitalizzazione di mercato totale di 2,2 milioni di miliardi di dollari.

La stessa Nio potrebbe avere una posizione dubbia. In estate, infatti, il suo salvataggio è stato reso possibile dall’intervento di una cordata di società pubbliche cinesi legate alla città di Hefei e alla provincia dell’Anhui, che hanno investito 7 miliardi di yuan (911,4 milioni di euro).

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