Ultimo aggiornamento  29 settembre 2021 00:18

Bmw, rischio cinese.

Paolo Borgognone ·

Anche se il mercato auto interno cinese continua a essere il più importante al mondo, non tutti i costruttori del Paese stanno vivendo un’epoca d’oro. E non solo per la contrazione nelle vendite degli ultimi mesi e la pandemia che ha rallentato ancora di più il commercio.

Esempio di questa situazione è il gruppo Huachen – 40 mila dipendenti, finanziato soprattutto con capitale pubblico del governo della provincia settentrionale del Liaoning - è oggi sull'orlo della bancarotta. E nonostante da oltre 20 anni sia impegnato in una joint venture con Bmw in Brilliance, quotata alla Borsa di Hong Kong e che invece gode di ottima salute.

Huachen, che ha anche un accordo con Renault, non ha pagato una cedola per debiti azionari da quasi 1 miliardo di dollari ed è sotto inchiesta da parte del governo di Pechino per possibili irregolarità gestionali. I vertici hanno dichiarato che se non troveranno una soluzione entro la fine dell’anno saranno costretti a dichiarare fallimento.

Il rischio di default di Huachen ha fatto infuriare gli investitori che hanno scommesso su un gruppo apparentemente solido e che poteva contare su una joint venture redditizia con uno dei più importanti costruttori auto a livello globale. L’inchiesta avrebbe evidenziato errori di gestione clamorosi.

L’azienda non sarebbe stata capace di far fruttare l’accordo coi tedeschi, sviluppando nel frattempo delle vetture in proprio e avrebbe accumulato un ritardo nell’elettrificazione. Inoltre, per correre ai ripari, sarebbe stato ulteriormente allargato l’indebitamento. Solo nel maggio di quest’anno i vertici del gruppo avevano rassicurato gli investitori di avere tutto il denaro necessario per ripagare le cedole e il responsabile finanziario Gao Xingang ha parlato di “sostegno totale da parte del governo della regione”. Ma già in settembre Huachen ha trasferito la sua quota del 30% in Brilliance a una controllata, rendendo più difficile per i creditori accedere a quelle attività.

Una storia costellata di errori

All’inizio del boom automobilistico in Cina, Huachen era tra i costruttori più attivi. Con il suo brand Zhonghua nel 2013 è arrivata a vendere 200mila vetture in un anno. Ma, mentre alcuni gruppi nazionali come Geely e Great Wall hanno lavorato per sviluppare prodotti e tecnologie di grande impatto e altri come Saic hanno approfittato delle joint venture con costruttori mondiali, Huachen non ha saputo creare una politica di sviluppo coerente che stesse al passo con i tempi.

Gli esperti puntano il dito soprattutto verso l’ex vice sindaco di Dalian e a lungo presidente del gruppo Qi Yumin – ora in pensione - che avrebbe preso delle decisioni errate senza ascoltare i consigli dei tecnici alle sue dipendenze. Un esempio sarebbe stata la scelta di puntare su una monovolume, la Huasong che, secondo Qi Yumin avrebbe dovuto sfidare la Buick GL8 prodotta per il mercato cinese da General Motors. Nel 2019 Gm ha venduto 150mila esemplari della sua auto, Huachen soltanto 1.184. Numeri sconsolanti che coinvolgono tutto il marchio Zhonghua che l’anno scorso ha totalizzato solo 25.270 commercializzazioni e nei primi nove mesi del 2020 appena 5.312.  

Anche sulla elettrificazione Huachen è arrivata tardi. Nel 2017 ha investito quasi 1,2 miliardi di dollari per ristruttura una fabbrica che avrebbe dovuto avere una capacità di produzione di 100mila veicoli l’anno, di cui 30mila elettrici basati su un nuova piattaforma proprietaria e contava di vendere quasi due milioni di auto nel 2025. Un obiettivo ritenuto irrealistico, considerando che nel 2019 le vendite globali del gruppo si sono fermate a 800mila e che la maggior parte provengono proprio dalla joint venture coi tedeschi.

Il futuro di Brilliance

In questo quadro, Bmw ha rassicurato che le operazioni di Brilliance “non sono direttamente toccate dalle difficoltà del gruppo cinese” anche se non è escluso che la parte della società di proprietà Huachen nella joint venture venga messa in vendita per ripianare i debiti. Intanto a ottobre 2020 nell'impianto di Shenyang è iniziata la produzione per la Cina della iX3.

I bavaresi hanno anche nel frattempo chiuso definitivamente l’intesa per acquisire un altro 20% della joint venture al prezzo di 4,2 miliardi di dollari. L’operazione fa parte di un accordo quadro siglato a Pechino nel 2018 tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier cinese Li Keqiang.

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