Ultimo aggiornamento  20 ottobre 2021 19:09

Porsche Panamericana, 911 per tutti i terreni.

Edoardo Nastri ·

La Porsche Panamericana è una 911 capace in pochi secondi di cambiare tipologia di architettura ed equipaggiamenti, passando dalla strada al fuoristrada. Il nome è un omaggio alla Carrera Panamericana, corsa internazionale automobilistica che si è svolta in Messico dal 1950 al 1954. Il tracciato di gara congiungeva idealmente il confine statunitense con quello guatemalteco attraversando l'intero territorio messicano.

La concept car è stata il regalo di compleanno per gli ottant’anni di Ferry Porsche, figlio del fondatore dell’omonima casa automobilistica con sede a Stoccarda. Nel 1989 un gruppo di progettisti tedeschi - guidati dal capo del design Hans Lagaay e dal direttore tecnico Ulrich Bez (diventato in seguito ceo di Aston Martin) - si mette al lavoro con un’idea in testa: creare una Porsche camaleontica in grado di adattarsi a tutti i terreni.

Indizi nascosti 

Lagaay nascose in questa concept car diversi elementi stilistici che ritroveremo nella 911 serie 992 al debutto nel 1994: dai fari più piccoli e tondi rispetto alle versioni precedenti, al disegno della fascia posteriore che nasconde i fanali. Per accrescere le funzionalità del suo utilizzo i designer decisero di scavare a fondo i parafanghi e di abbassare ulteriormente la linea del tetto.

Questo permetteva una migliore aerodinamica e il montaggio all’occorrenza di gomme e cerchi più grandi, nel caso il proprietario volesse affrontare un percorso in fuoristrada. La Panamericana era un mix tra diverse architetture: grazie al tetto facilmente rimovibile (totalmente o in parte) la vettura poteva essere una cabriolet, una targa oppure una coupé. I cerchi da 18 pollici sono stati progettati da Porsche e prodotti da Speedline.

Carrozzeria in plastica e carbonio 

La Panamericana era un concentrato di tecnologia. Costruita utilizzando la base della 911 Carrera 4 (serie 964 a quattro ruote motrici), aveva una carrozzeria estremamente leggera, merito dell’utilizzo di materiali come plastica e fibra di carbonio. Il motore era 3.6 benzina sei cilindri da 256 cavalli era in grado di farla schizzare da 0 a 100 in meno di sei secondi e di raggiungere i 260 chilometri orari.

La vettura, oggi visibile al Porsche Museum di Stoccarda (si dice che un secondo esemplare riposi nel garage personale della famiglia Porsche), piacque talmente tanto a Ferry Porsche che inizialmente si pensò a una piccola serie di produzione, cosa che riempì d’orgoglio tutti i progettisti. Un sogno vanificato dalla crisi che il costruttore tedesco stava vivendo in quel periodo, ma in parte ristorato da una piccola consolazione: tutti i dipendenti Porsche ricevettero un modello in scala 1/43 della vettura montato su una base in bronzo. E qualcuno circola ancora su Ebay. 

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